I am queer. I love food. Food is queer. Conformarsi alle aspettative o ascoltare se stessi?

Giorni fa Patty Owens ha scritto su una pagina del suo diario: I am queer. I love food. Food is queer.

Cosa accade se si applica la prospettiva queer al cibo?
Se siamo quello che mangiamo, quando ci facciamo indirizzare su cosa è bene o male a tavola ci facciamo dire anche cosa essere?

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I media e le case di prodotti alimentari e dimagranti hanno l’abitudine di cavalcare l’onda sociale del binarismo di genere, riproponendola anche per il cibo (argomento che in parte avevamo già affrontato qui).

Se sei una donna dovrai preferire cibi leggeri e poco calorici, dai sapori non troppo forti, per rispondere all’aspettativa sociale che ti vuole attenta alla linea. La distinzione tra la donna misurata ed elegante e la donna che si abbandona ai piaceri della tavola richiama la distinzione dell’immaginario maschile etero in “donna per bene” e “donna per male”.

Per gli uomini le cose non vanno meglio: se sei un uomo dovrai preferire cibi ricchi di proteine, così da poter rendere il corpo prestante, ma molto saporiti e conditi, così da poter dimostrare la tua mascolinità.

Il segnale più evidente di questa distinzione forzata sta nel fatto che spesso una persona a disagio con il proprio genere biologico inizia, tanto per cominciare, ad aderire al modello alimentare sociale del genere desiderato. Le scelte che facciamo in campo alimentare sono ben più che una semplice questione di gusti.

L’importanza di sapersi ascoltare rispetto a cosa si desidera mangiare va di pari passo con l’importanza del sapersi ascoltare rispetto a cosa si desidera essere. Nella nostra società non viene insegnata la prima cosa così come non viene insegnata la seconda.

Ultimamente c’è la tendenza ad uniformare i costumi alimentari: le case di prodotti dimagranti si sono chieste perché tagliare fuori tutta una fetta di potenziali clienti e, quindi, ora va di moda la magrezza anche per gli uomini. Anche gli uomini ora devono stare attenti alla linea, mangiare scondito,  ridurre i grassi, i sapori e, in sostanza, il piacere di mangiare.
L’aspetto positivo della riduzione di categorie e distinzioni artificiose è stato, tuttavia, smembrato della consapevolezza circa la decostruzione del binarismo di genere. Il risultato è attualmente un livellamento del “dobbiamo volere tutti la stessa cosa e avere tutti gli stessi non-gusti”. In questo modo la patria della buona cucina, l’Italia, si trova ad affrontare un’epidemia di obesità. Cosa accade se si applica la prospettiva queer al cibo? Credo la stessa cosa che succede quando una persona “si sente queer”, cioè rifiuta categorie ed etichette che non sente proprie: inizia ad ascoltarsi e si aprono infinite possibilità di identità, di desideri, di sviluppo della propria vita. A tal proposito consigliamo il sito Queer Vegan Food.

Aderire ad un modello alimentare dimenticando i propri gusti e la capacità di esplorare, di assaporare e provare piacere, è come diventare quello che gli altri si aspettano, senza darsi la possibilità di poter conoscere  tutto quello che realmente si potrebbe diventare e scoprire. È un po’ come accettare di appartenere a una categoria sociale solo perché è statisticamente la più condivisa. Alcuni di noi sono impiegati. Altri artisti, altri ingegneri, altri avventurieri.

La tavola è così ricca di stimoli per concederci un certo tipo di cibi soltanto, per di più decisi da altri.