Il burro che non lubrifica

Capitalismo e schizo-pornografia. Quando le gerarchie sociali si fottono.

Judith Butler, analizzando le interconnessioni tra il ruolo della donna e la pornografia, sostiene che, se quest’ultima è intesa come una forma di hate speech (insulto, parola che provoca), essa può rendere le immagini che offre un imperativo che ha il potere di realizzare ciò che opera. In altre parole, la pornografia ha il potere performativo di causare ciò che raffigura: la struttura sociale della misoginia. La pornografia – eterosessuale e basata sulla dinamica uomo/dominatore-donna/dominata – non solo sostituisce la realtà sociale, ma proprio questa sostituzione crea una propria realtà sociale, la realtà sociale della pornografia. L’analogia tra pornografia e hate speech si realizza quando l’immagine pornografica può essere trasposta in una serie di imperativi efficaci che vengono pronunciati: “Succhia!”, “Prendilo!”. Butler sostiene che l’atto che si ordina di compiere è un atto di subordinazione sessuale e, nel compiere quell’atto, la realtà sociale della donna è costruita esattamente come la posizione di chi è subordinata sessualmente. Le dinamiche dominatore-dominata, padrone-serva e attivo-passiva nella pornografia eterosessuale, dunque, tendono a ricalcare, realizzandola per immagini, la struttura patriarcale, misogina e machista della società. [Per maggiori approfondimenti cfr. J. Butler, Parole che provocano. Per una politica del performativo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010. In particolare il secondo capitolo “Performativi sovrani”.]

Da queste riflessioni possiamo iniziare a interrogarci su un’eventuale applicazione di queste teoria anche alla pornografia omoerotica. Qual è la realtà sociale che offre una scena pornografica di sesso tra due uomini o due donne, o di queer porn tra transessuali, intersessuali o crossdresser? Com’è possibile ricalcare dei modelli sociali e raffigurarli in immagini pornografiche, quando sono proprio i modelli a venir meno? Proviamo a riflettere su un caso fra tanti di pornografia in cui la realtà sociale che viene costruita non ricalca modelli sociali esterni, anzi li sovverte e li fa esplodere. Il plot è il seguente: un imbianchino sta pitturando la parete di un appartamento signorile, ben arredato ma caotico a causa dei lavori di tinteggiatura. Un uomo in giacca e cravatta, rolex e ventiquattrore apre la porta. Capiamo subito che è il proprietario di casa. Non appena vede il disordine e alcuni costosi mobili sporchi di tinta bianca, inizia ad insultare l’operaio, in una tipica dinamica di ruoli direttore/attivo-operaio/passivo. L’operaio sottomesso incassa i colpi e gli insulti di colui-che-paga-quindi-vuole-un-lavoro-come-si-deve. Ma questo è un porno: dunque il padrone di casa si sporca di vernice, si spoglia e i due iniziano a toccarsi. Se la trama del porno avesse dovuto continuare a ricalcare la realtà sociale finora delineata, in cui il ricco impartisce ordini e il povero, per non perdere il lavoro, è costretto ad eseguire, il padrone di casa avrebbe dovuto ricoprire il ruolo attivo (top) e l’operaio quello passivo (bottom). Ebbene, in un completo sovvertimento dei ruoli sociali, delle gerarchie di classe e dei canoni imposti dal capitalismo, l’operaio riscatta il suo ruolo di passività, assumendo la posizione dominante. Mediante la pratica del sadomasochismo e del bondage, lo sfruttato, insultato e sottomesso impugna il dildo, stringe i nodi delle corde, chiude per pochi istanti le vie respiratorie del partner. E tutto questo lo fa perché è consapevole che il desiderio del partner è indirizzato esattamente nella direzione in cui i due sono diretti. Nella forza di uno schiaffo non c’è coercizione, nella costrizione di un leather jacket c’è solo l’amore per il nero e per la levigatezza della pelle. Il continuo scambio delle dinamiche gerarchizzanti di attivo/passivo, padrone/servo, capitalista/proletario, l’insubordinazione e la versatilità dei ruoli nell’atto sessuale omoerotico, anche in un video porno di serie Z, non permettono alle teorie di Butler una totale applicabilità al nostro caso, poiché non c’è una vera e propria forma di hate speech, condizionata e realizzata dall’immaginario di un modello sociale. Esperienza reale e esperienza della finzione, ruoli socialmente accettati e recitazione di ruoli nel nostro caso, preso esclusivamente come emblema di un’infinita serie, non possono incontrarsi, poiché il desiderio – libero da schemi e modelli imposti dalla società eteronormativa, maschilista, capitalista e imperialista – governa e impartisce dinamiche e ruoli. Il desiderio è incontrollabile, non oggettivabile, indefinibile e rizomatico. Si disloca e riterritorializza, si frantuma e si cristallizza in forme polimorfiche e non monolitiche. Allontana da sé ogni forma di violenza e dominazione coatta, di fascismo o imposizione. Non usa il burro violento di Bertolucci, ma un dolce lubrificante gusto fragola e champagne.

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