Perdita dei capelli e identità: l’arte di Karin Stack sfida gli effetti della chemio

L’aggressività di una malattia come il cancro mette in discussione non solo la salute della persona, ma la sua stessa identità.
I capelli, il modo di acconciarli, la loro lunghezza, hanno un ruolo importante, soprattutto per l’identità femminile, e quando si perdono, come accade durante la chemioterapia, lo stravolgimento è grande. In molti casi le persone riescono a trovare delle strategie per affrontare il problema e riprendersi le parti di sé un pezzo dopo l’altro. Ognuna a suo modo, magari scrivendo un libro o modificando la propria immagine per quanto possibile oppure, come ha fatto l’artista Karin Stack, con degli autoritratti della ricrescita dei propri capelli nel periodo post-chemioterapia.

Di che cosa è fatta l’identità? Si può toccare o è come del fumo leggero, che scompare quando agiti la mano? È sempre uguale a se stessa o cambia? E se cambia ogni quanto lo fa? Ogni giorno? Mese? Anno? Dopo 7 anni non abbiamo più una cellula del nostro corpo che non sia nuova, tutte quelle di prima sono morte e ne sono arrivate altre, come facciamo ad essere sempre noi?
La nostra identità è fatta dalla nostra storia, dai luoghi della nostra vita, dai nostri pensieri, dalle nostre abitudini, convinzioni, gusti, del genere in cui ci identifichiamo; sono aspetti interiori, nessuno può toccarli, prenderli e studiarli, nemmeno noi; possiamo solo cercare di sentirli ed esprimerli alle persone attorno a noi nel modo più fedele possibile. In una maniera che ci faccia sentire visti, riconosciuti per quello che siamo, realmente esistenti. Quando questa possibilità ci viene portata via la sofferenza è enorme.

Il cancro e il suo attacco all’identità della persona: oltre alla malattia in sé, al carico di dolore fisico e di preoccupazione che porta, il cancro e, paradossalmente, anche le sue cure sembrano avere una speciale attitudine nel mettere in discussione l’identità di chi ne è portatore. In certi casi il tumore porta via letteralmente “parti” della persona, che spesso ha bisogno di fare i conti con il senso della loro mancanza. La malattia e le cure comportano una grave perdita di energia, che mette in discussione abitudini, la capacità di lavorare, di fare degli sport, spesso semplicemente di incontrare delle persone (la nostra identità passa anche attraverso questi aspetti).
La chemioterapia si aggiunge nello stravolgimento dell’identità: si perde l’identità di un corpo che diventa sempre più magro, che a volte si fatica a riconoscere, a vestire, che grida continuamente a tutti la condizione di “malato”. Si perdono i peli, i capelli. Le donne perdono anche il ciclo mestruale; sono sempre donne, ma alcuni simboli della femminilità che hanno imparato a conoscere scompaiono. Anche se solo temporaneamente, è un duro colpo per una persona che ha bisogno di tutta la forza d’animo che ha a disposizione in quel momento della sua vita.

I nostri capelli ci esprimono: distinguono il direttore di banca dal rastafariano, l’attivista femminista dal moderno dandy dell’upper-side. Ci aiutano nell’identificarci con il genere o i generi a cui sentiamo di appartenere. Primo Levi in “Se questo è un uomo” si stupiva di come nei campi di concentramento, tutto rasato e infreddolito sotto la doccia, il medico non fosse più così diverso dall’operaio.
Per capire l’importanza di questo fenomeno basta pensare a tutti gli schemi per confezionare copricapo di vario tipo per persone sotto chemioterapia che si possono trovare sulla rete, al volontariato che ruota attorno alla loro realizzazione, al mercato delle parrucche e del makeup.
Perfino la Mattel ha realizzato in numero limitato un modello di Barbie calva che ha donato alle bambine del Jurasz University Hospital, in Polonia.

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Tuttavia, poiché l’essere umano a volte è davvero stupefacente, ci sono dei casi in cui le persone riescono a trarre delle opportunità anche da questa condizione così dura.

Nel libro “La ragazza dalle nove parrucche” l’autrice, Sophie van der Stap, riesce a sfruttare le parrucche per riprendersi la femminilità che la perdita dei capelli le ha portato via; anzi, ad ogni parrucca corrisponde un aspetto diverso della sua personalità e della sua femminilità e il suo percorso di guarigione diventerà così anche un viaggio alla scoperta di se stessa e dei diversi aspetti di sé.

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Un altro modo è quello che ha trovato Karin Stack, artista che ha fatto della ricrescita dei propri capelli dopo la chemio un percorso fotografico che testimonia il recupero della propria salute, ma anche del proprio aspetto e, in qualche modo, della propria identità.
Il suo lavoro, Hair Stories, è un sistema di elaborazione della malattia, un cammino che dura tutto il tempo post-chemio con scatti settimanali della sua testa in cui i capelli ricrescono progressivamente.

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Karin Stack – Hair Stories

“Come risponde un artista ad un corpo che diventa non più familiare e fuori controllo? Ho prodotto Hair stories dopo la mia diagnosi di cancro nel 1998. Dal regno caotico della malattia e dell’incertezza, ho prodotto una cronaca post-chemioterapia della crescita dei capelli attraverso fotografie settimanali. La struttura ordinata dell’installazione, che prende la forma di diverse sequenze orizzontali, sfida la malattia affrontata.
Non senza umorismo, questi autoritratti fotografici a grandezza naturale seguono il mio progresso dalla calvizie alla ricrescita dei capelli. Usando il linguaggio ordinato del minimalismo e della documentazione scientifica, esamino la ripresa regolare del processo naturale e la sorpresa di una nuova crescita dei capelli.” (Karin Stack)

Il progetto è iniziato come flip-book, in cui immagini sequenziali dei capelli sono combinate con storie che riguardano i capelli nel contesto dei momenti sia privati che cruciali, inclusi la diagnosi e il trattamento per cancro al seno. L’installazione, invece, mostra le immagini con l’accompagnamento di una voce narrante.

Uno degli aspetti che emerge con forza dalla spiegazione dell’artista è la ricerca dell’ordine e del controllo.
Dallo stravolgimento di vita, speranze, abitudini e corpo creato dalla malattia, nasce la necessità e la ricerca di ordine, controllo e tempi regolari, che Karin Stack ha trovato nel formato della fotografia progressiva come testimonianza del ritorno dei propri capelli e di se stessa.