Una lettera d’amore

fra i violacei grappoli d’uva e le fresche foglie di un vigneto
A Dave da Brian

Una lettera d’amore di un soldato a un altro soldato. L’Amore ai tempi della seconda guerra mondiale.

Riportiamo la traduzione della commovente lettera d’amore di un soldato americano, Brian Keith, che scrisse a Dave, un altro soldato che dalla seconda guerra mondiale non fece più ritorno. Keith ricorda il periodo più felice passato insieme a Dave, mentre il loro reggimento nel 1943 stazionava in AlgeriaRacconta il loro incontro casuale, l’innamoramento, i bei momenti condivisi, nonché le lacrime e la tristezza al momento della separazione. La lettera fu pubblicata per la prima volta nel settembre del 1961 su il gay magazine “One” (edito da Mattachine Society); l’originale è presumibilmente conservato nella Library of Congress [Per il testo originale si rimanda a: Read this beautifully tragic gay soldier’s love letter from WWI “Sleep well my love”].

Questa storia d’amore fra due soldati testimonia il fatto che l’uomo riesce a trovare un barlume di felicità anche in tempi bui e tragici come quelli della guerra. Solo l’Amore vero e puro può rendere felici.
Di fronte all’amore e alla morte non ci sono convenzioni e differenze di alcun genere.
Tutti siamo uguali. Eppure la maggior parte della gente oggi connoterebbe l’amore qui presentato come “diverso”, come se l’amore potesse avere più nature. Ripetiamo: l’Amore è uno solo e uguale per tutti. Ma se consideriamo la diversità intesa come l’insieme di quelle caratteristiche che ci differenziano gli uni dagli altri, allora questa è ricchezza, apertura, amore, colore, cultura, scambio, conoscenza, crescita e necessità; è un valore prezioso e indispensabile dell’umanità. Pertanto riconoscere, accettare e rispettare la diversità di ciascun individuo, in quanto essere unico e irripetibile, è segno di grande levatura e nobiltà; significa andare oltre la divisione e l’uniformità, vuol dire concretizzare il principio ideale della diversità nell’unità: “In varietate concordia”. 
Caro Dave,

questa lettera è in ricordo di un anniversario; l’anniversario di quel 27 ottobre del 1943, quando per la prima volta ti ascoltai cantare nel Nordafrica. Quella canzone fa riaffiorare ricordi legati ai momenti più felici che io abbia mai vissuto; ricordi di uno spettacolo organizzato dal reggimento  le tende fatte con palloni di sbarramento, i faretti ricavati da barattoli di cacao, le prove che duravano fino a tarda sera – e di un bel ragazzo con una splendida voce da tenore. La notte dell’inaugurazione presso il teatro di Canastel: forse esagerammo con il moscatello e qualcuno capì. I giorni emozionanti che si svolsero nello splendido e imponente Teatro dell’Opera Comunale di Oran; un malinteso, e un chiarimento dietro le quinte poco prima dell’apertura del coro.

Qualche drink al “Coq d’Or”, una cena all’“Auberge”, un anello e una promessa. Lo spettacolo della Ia Corazzata – moscatello, scotch, vino – e qualcuno che doveva essere trascinato dal camion e messo a letto nella sua tenda. Una notte di pioggia scrosciante e due soldati bagnati fradici sotto un albero solitario nella pianura africana. Una decappottabile francese presa in prestito; una calda primavera sulfurea, il refrigerio del Mediterraneo e un picnic fatto con “razioni viveri” e Coca-cola tiepida. Due tenenti che erano abbastanza intelligenti per conoscerne il motivo, ma non lo erano abbastanza da capire che volevamo stare soli. Un pianista strampalato, una gara, e i miserabili giorni e le notti solitarie. La notte fredda e ventosa in cui gattonammo attraverso la finestra di un teatro dell’esercito e ci addormentammo su una branda nel retropalco, stretti l’uno fra le braccia dell’altro: la paura nel momento in cui ci svegliammo e ci rendemmo conto che miracolosamente non eravamo stati scoperti. Una gita veloce fino a una scogliera a picco sul mare: scattammo delle foto e facemmo una sosta fra i violacei grappoli d’uva e le fresche foglie di un vigneto.

Ricordo la felicità di quando ci dissero che saremmo tornati a casa e la tristezza di quando apprendemmo che non saremmo tornati insieme; i teneri addii su una spiaggia isolata sotto il velluto stellato di una notte africana e le lacrime che non si fermavano mentre ero in cima a una diga marittima guardando il tuo convoglio sparire all’orizzonte.

Ci promettemmo che una volta tornati “a casa” saremmo stati di nuovo insieme, ma la sorte ne sapeva più di noi. Non avresti fatto più ritorno. E pertanto, Dave, ovunque tu sia, spero che questi ricordi siano preziosi per te come lo sono per me.

Buonanotte, dormi bene, amore mio.

Brian Keith

[trad. it. di ©Ariel von Kirsche]