Rudi Gernreich e Peggy Moffit. L’epoca del ritorno al futuro

Da dove provengono il tripudio di fiori grafici, dei quadrati e delle linee geometriche rigorosamente optical? Il ritorno del plexiglas rivisitato in tacchi e del vinile in borse, del pixie cut e dei tagli geometrici, della space age e del futurismo segnano l’epoca del ritorno al futuro tanto immaginata nel passato – anni 60/80 – ormai sintetizzato come “vintage“.

La generazione 2.0 si traveste di tecnologia ma indossa abiti d’ispirazione Mondrian.

Le passerelle della P/E 2013, le riviste di moda e le curve della bad girl par excellence Rihanna, guardano indietro, agli anni 60, e al genio creativo Rudi Gernreich.

Gernreich, nato nel 1922 a Vienna, abbandonò l’Austria per sfuggire al Nazismo e nel 1943 diventò cittadino statunitense. Costumista per la Lester Horton Company di Los Angeles, una compagnia di Balletto Classico, fondò nel 1964 la Rudi Gernreich Inc. Padre del look futurista e del monokini, Rudi Gernreich è stato il primo ad introdurre la plastica e il vinile nei vestiti, a sostenere il concetto di unisex.
Il suo contributo culturale va ben oltre la moda e si interseca inevitabilmente con un sentire sociale proteso al cambiamento, al futuro.
Gernreich fu co-fondatore, insieme ad Harry Hay, della Mattachine Society, una sorta di confraternita o società segreta che, nata in piena era maccartista, uscì definitivamente allo scoperto quando nel 1952 uno degli attivisti fu scoperto ed arrestato a Los Angeles: la Mattachine Society fu la prima organizzazione per i diritti degli omosessuali negli Stati Uniti d’America.

La libertà che connota le creazioni di Gernreich deriva probabilmente dalla tensione ideale alla libertà invocata dal suo attivismo politico e militante, dall’ottimismo di un’epoca che sapeva guardare al futuro senza condizionamenti o pregiudizi di genere.

Sarebbero necessarie intere pagine ed intere giornate di studio per approfondire i legami e le maglie di un’ipotesi di cui si sente il profumo e di cui si intravede una verità. Quello che possiamo fare qui è ispirarci a quell’energia anni 60 di Rudi Genreich e della sua interprete più famosa, Peggy Moffit che, ciglia finte ed eyeliner nero, indossato il famoso taglio Five point creato da Vidal Sasson, interpretò – fotografata da William Claxton – l’estetica di un’era che ci ha consegnato alcune tra le immagini più iconografiche di quel decennio.

A seguito la photogallery “Back to the optical future” con immagini del periodo Gernreich-Moffit, fino alle nuove ispirazioni quali l’editoriale del Magazine LOVE che, nel numero dedicato alla Primavera/Estate 2013, ha surclassato qualsivoglia nostalgia ed è andato direttamente alla fonte, lasciando alla fotografia visionaria di Tim Walker il compito di raccontare the real Peggy Moffit