Lunga vita al Duca – Elogio di un nobile extraterrestre in occasione del suo (atteso) ritorno

Ecco la classica playlist che ogni musicofilo sogna di confezionare almeno una volta nella vita. Sforzi pochi e risultato assicurato. Artista di calibro superiore e indiscutibile. Epperò di rado il mio amor proprio mi induce a cedere a simili banalità (segreto terrore di essere contaminato dalla social-mediocrità virtuale). Detto altrimenti, devo pur sempre fare i conti con il mio background da pseudo-misantropo-radical-chic-anti-pop-e-molto-indie, quello che “no, gli U2 no ma i Joy Division sempre e comunque”. Perifrasi a parte, come si è intuito farò un’eccezione.

Il Duca è tornato, mancava da ben dieci anni e, cosa non secondaria, è tornato con un gran bel disco.

Patty Owens as David Bowie/Ziggy Stardust

Patty Owens as David Bowie/Ziggy Stardust
ph. Francesco Paolo Catalano

Ovviamente avrete capito a chi mi riferisco. Sì, insomma, quello che a ventidue anni pubblicò l’inno kubrickiano usato a mo’ di colonna sonora ufficiosa per la spedizione dell’Apollo 11. Che tirò fuori Lou Reed dalla sbornia post-velvettiana e lo condusse dritto dritto fino a Transformer. Sì, lo stesso che salvò Iggy Pop dall’autodistruzione e gli fece partorire The Idiot, poi macabra colonna sonora del suicidio di Ian Curtis. Esatto, prima alieno androgino e poi duca bianco. Proprio lui, il prigioniero americano di Marry Christmas Mr. Lawrence, al suo fianco Ryuichi Sakamoto e Takeshi Kitano. Anche Labyrinth e Twin Peaks. E quasi dimenticavo la comparsata in Zoolander. Con Freddie Mercury uno dei giri di basso più catchy in saecula saeculorum. Beck ha salutato il suo ritorno con una cover eseguita da un’orchestra di più di 160 elementi. Anche se la versione più acclamata di un suo pezzo, bandiera indelebile dell’alienazione adolescenziale, è stata eseguita dai Nirvana durante il celeberrimo Mtv Unplugged in New York. Sono quasi sicuro che questo rigurgito biografico essenziale abbia fugato ogni possibile dubbio circa l’identità del misterioso blasonato artista in questione. In caso contrario, la prossima volta potrei provare con una playlist dei Modà.

Space Oddity
Rimane ancora il suo singolo più venduto nel Regno Unito. Sì, è l’inno kubrickiano di cui parlavo e se non conoscete la storia di Major Tom, è proprio l’ora di colmare questa grav(issima) lacuna.

The Man Who Sold the World
Il mondo pensa che appartenga a Kurt Cobain e, in effetti, la versione originale del Duca non divenne mai un inno commerciale paragonabile alla cover del trio di Seattle, molto probabilmente a causa dell’arrangiamento alquanto strano/straniante. Motivo in più per stimarlo.

Life on Mars?
Vari autorevoli critici lo hanno incoronato il singolo più bello of all times. Non hanno tutti i torti. Versione di Barbra Streisand non all’altezza, molto meglio quella del sobrio Seu Jorge.

Five Years
Scelgo Five Years perché ho da sempre un debole per le canzoni a sfondo apocalittico, post-apocalittico o, come in questo caso, da apocalissi imminente. In realtà in questo disco i pezzi si equivalgono per perfezione estetica e genialità artistica.

The Jean Genie
Molto velvettiano il Duca in questo pezzo e non poteva essere altrimenti, dal momento che il pezzo fu scritto a New York per intrattenere la musa warholiana Cyrinda Foxe.

Rebel Rebel
Forse avrei scelto qualcosa di più oscuro, alla Sweet Thing per intenderci ma proprio qualche giorno fa, appena entrato in un bar, il Duca mi si palesò attraverso gli altoparlanti del locale con uno dei riff di chitarra più famosi della storia. Quello del pezzo in questione, che magari sarà anche quello più conosciuto dal pubblico italiano, per un motivo non lusinghiero: Ligabue e il suo – chiamiamolo – film d’esordio.

Sound and Vision
Storia dell’arrangiamento: lezione n. 1.

Sons of the Silent Age
Visioni orwelliane e ritornello infallibile: “Baaaaaby, I’ll never let you gooooo, all I see is all I know. Let’s find another waaaaay doooooown!

Ashes to Ashes
Quattro minuti di meraviglia che sintetizzano meglio di mille playlist la grandezza di cotanto ingegno. C’è tutto: dal piano alla Kurt Weill, all’autoironia retrospettiva (storica la presa in giro di Major Tom, protagonista del primo pezzo di questa playlist, definito un “tossico” da cui stare alla larga) al videoclip rivoluzionario girato da chi? Ma dal Duca, ovviamente.

Where Are We Now?
Ritornare dopo dieci anni di silenzio con un capolavoro di tale malinconia da risultare a tratti insostenibile (e il videoclip fa la metà del lavoro, in questo caso). È la crudeltà dell’esistenza, dinanzi alla quale possiamo ben poco. Ad esempio, continuare ad ascoltare David Bowie.

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