Né uomini né donne. Semplicemente Hijra

Il fotografo giapponese Takeshi Ishikawa, autore di una serie di volumi sugli Hijra, ha affermato: Sebbene io sappia che con gli Hijra sia inopportuno usare “egli”, “lui”, “gli”, dovremmo sapere che anche l’uso di “ella”, “lei”, “le” è inappropriato (T. Ishikawa, Hijra. The Third Gender in India, Seikyusha Pub. Co., Tokyo 1995).

Se gli Hijra non sono né uomini né donne, né travestiti né transessuali, né eunuchi né omosessuali, allora chi sono?

I musulmani, che li tollerano molto di più degli induisti, risponderebbero semplicemente: “così li ha fatti Allah!” 
A questa domanda gli stessi Hijra darebbero risposte diverse.

L’orientalista polacco Przemysław Piekarski, nel suo articolo di recente pubblicazione Hidżra – ani kobieta, ani mężczyzna [Hijra – né uomini né donne], «Fragile» n. 3 (17) 2012, pp. 96-98, afferma che gli Hijra in indi – lingua che distingue i due generi grammaticali – si riferiscono alla loro condizione usando il pronome femminile. 

Dal punto di vista fisiologico sono in minima parte ermafroditi di nascita, mentre per il 98% si tratta di uomini che si sono sottoposti a un’operazione di evirazione o castrazione spesso in età adulta. Dal punto di vista psicologico o culturale si può parlare di terzo genere

Il governo indiano solo ultimamente ha riconosciuto questa antica comunità degli Hijra, definendoli eunuchi. Sul passaporto indiano accanto alla lettera M (male, maschio) e F (female, femmina) compare, infatti, la terza scelta E (eunuch); Vd. Stefano Gulmanelli, Hijra. Il riscatto dell’ambiguità.

Uno degli Hijra più famosi è Shabnam “Mausi” Bano, attivista sociale che per alcuni anni è stato deputato al parlamento Madhya Pradesh, la cui figura ha ispirato un film-musical del 2005 dal titolo Shabnam Mausi

Shabnam “Mausi” Bano (“Mausi” noun. Hindi – “Aunty”)
The first Hijra to be elected to public office

Nel 2000 un altro Hijra, Asha Devi, è stato eletto sindaco di una città di media grandezza, Gorakhpur, nell’Uttar Pradesh. A causa delle discriminazioni e del diffondersi dell’HIV sono nate diverse organizzazioni con lo scopo di tutelare queste comunità: in particolare la All-India Hijra Kalyan Sabha (AIHKS) e la Sangam.

Asha Devi

Asha Devi

Il rapporto della società con gli Hijra è di paura e disprezzo. La stessa etimologia del termine Hijra racchiude in sé un’accezione negativa, in quanto – molto probabilmente – proviene dalla parola persiana hich o hiz, ossia “diverso”.  Nelle lingue urdu e panjabi esiste un altro nome dispregiativo: khura che significa “uomo privo di pene”. Una variante è presente anche in indi: dusra con il significato di “altro, diverso” [vd. P. Piekarski, op. cit., p. 97].

Gli Hijra vivono in comunità sotto la guida di una “madre” chiamata guru. Il loro sostentamento proviene non solo dalla pratica della prostituzione, ma anche dalle offerte che accumulano aggirandosi per i negozi, nelle stazioni o sui treni con il ricatto di potare sfortuna. Infatti, grazie ai poteri che la tradizione attribuisce loro di infondere – a seconda dei casi – il bene o il male, incontrandoli, la gente dà sempre loro pochi spiccioli. Inoltre, vengono invitati ai matrimoni come segno di buon auspicio e fertilità per i novelli sposi.

La cerimonia di evirazione è un rito iniziatorio la cui preparazione dura alcune settimane. Di solito l’operazione viene eseguita dagli Hijra anziani in strutture prive dei requisiti igenico-sanitari, dunque con un alto rischio di infezioni. Dopodiché l’adepto può scegliere di entrare a far parte di una delle sette “famiglie” presenti sul territorio indiano. Il capo di ogni famiglia si chiama nayak (dal sanscrito nayaka – ‘capo’). Tutti i nayak costituiscono il consiglio degli anziani: jamat (che in urdu significa ‘incontro’).
Per un ulteriore approfondimento sul tema si veda Ahonaa Roy, 
The Desire of the Soul: Negotiating the Politics of Sexuality, the Body and HIV/AIDS Discourse in Mumbai, India,PhD, University of Sussex, 2012.

Se vent’anni fa gli Hijra erano oggetto di pregiudizi e di discriminazione, persino di omertà, da parte della restante comunità indiana, e per tale motivo costretti a vivere nell’ombra e ai margini della società, negli ultimi anni è sempre più facile incontrarli nelle grandi città dell’India, del Pakistan e del Bangladesh, dove, vestiti quasi sempre con il sari e truccati in modo vistoso, si aggirano nelle stazioni o sui treni in cerca di offerte.