Little Joe

Joe Dallesandro, il primo e più conosciuto “oggetto erotico indistinto” della storia del cinema, dell’arte e del costume.

JoeDallesandro

Nato nel 1948 a Pensacola, in Florida, da un marinaio di origini italiane e una giovane sedicenne dedita ai furti di auto e alle truffe, Joe, il cui vero nome è Joseph Angelo D’Allesandro, si trasferisce a New York a cinque anni, con il padre ed il fratello Bobby, dopo che la madre finisce in carcere. Cresce in un orfanotrofio ad Harlem, presso il quale Joe stesso racconta di aver fatto la sua prima esperienza di attore: durante le visite delle coppie in cerca di bambini da adottare, doveva avvicinarsi al vetro che divideva la stanza dei giochi dal resto dell’edificio e dire alle donne “vuoi essere la mia mamma?”. Viene affidato ad una famiglia di Brooklyn fino all’età di quattordici anni. Frequenta una scuola cattolica ma finisce per farsi cacciare dopo aver picchiato il preside. Sperimenta la vita del vagabondo ancora adolescente, entrando ed uscendo dal riformatorio a causa di tentativi di furto malriusciti. Durante uno dei periodi di permanenza in un Istituto di pena si incide sul braccio destro il tatuaggio che fu all’origine del suo soprannome: little Joe.

Su questo gesto e con simili dati biografici è forte la tentazione di azzardare qualche interpretazione analitica sul bisogno di identità, sul diritto a rimpiangere un’infanzia che di spensierato ha avuto poco, ma restando alla storia, passiamo a registrare come, dopo la carriera di piccolo criminale, Joe sia passato a guadagnarsi da vivere sfruttando un sottobosco culturale alla sua alba come business: la pornografia gay. Entra nel novero dei modelli di riviste come Physique Pictorial e Athletic Model Guild, specializzate nel raffigurare nudi maschili, con il pretesto di diffondere la cultura fisica, la cura del corpo e la virilità! Conosce il fotografo Bob Mizer che lo terrà con sé presso la sua casa-studio a Los Angeles. Insieme con altri giovani, pieni di sogni ma senza un posto dove andare, lavorò in questa “factory” (termine cruciale per la storia di Joe, come vedremo) per alcuni mesi. Mizer realizzava servizi fotografici e piccoli film in super 8, che andavano poi venduti per corrispondenza: foto spesso ingenue, al limite del kitsch. Ad occuparsi di questa “factory” era la madre di Mizer, Delia. Inventava le scenografie alle spalle dei modelli, realizzava le tuniche simil greche o romane, cuciva i succinti slip da indossare e che speso lasciavano intravedere i genitali. Madre e figlio insomma sono tra i principali responsabili di gran parte dell’immaginario iconografico ed erotico della cultura gay degli anni cinquanta, che avrebbe finito con l’influenzare intere generazioni: il cow boy, il ciclista, il marinaio, i lottatori e i semi dei dell’antichità filtrati dall’occhio e dalla cultura media di una donna californiana. La storia di Mizer cambia radicalmente quando uno dei modelli lo denuncia per atti osceni e sfruttamento della prostituzione, sostenendo che dopo alcune sedute fotografiche fosse stato costretto a del sesso orale. Il processo che ne seguì fu lungo e travagliato, andando a cambiare definitivamente la vita e l’attività di Mizer. A questa storia, nel 2000, il regista Thom Fitzgerald, ha dedicato un film davvero ben riuscito Beefcake, in cui, mescolando finzione e documenti, ricostruisce l’intera vicenda anche grazie ad interviste ai protagonisti, tra cui il nostro Joe, il quale racconta come sentiva forte la sensazione che quanti lo fotografavano nudo “gli rubavano l’anima”, sebbene – ha aggiunto – oggi sia contento di avere delle foto che lo ritraggono al culmine della bellezza fisica.

Joe Dallesandro by Bob Mizer, 1967

Joe Dallesandro by Bob Mizer, 1967

Una bellezza indiscussa, magnetica, spiazzante. In molte immagini di quell’epoca Joe mostra un corpo muscoloso e tuttavia aggraziato, rimediando a certe sproporzioni (come quella tra le gambe troppo corte rispetto al busto) con sguardi carichi di tenerezza e fascino. In un super 8 di Mizer appare nudo, intento ad allenarsi a tirare colpi di boxe, lanciare lunghi sguardi ed accattivanti sorrisi da piccola canaglia, tranne poi accasciarsi stanco e quasi bisognoso di attenzioni ed affetto per addormentarsi cullato solo dall’occhio della cinepresa, la quale, indugiando sul suo corpo, ci restituisce una carnalità sensuale, compiaciuta anche se non del tutto consapevole. Joe stesso in una recente intervista ha detto:

Ho sempre avuto coscienza di quello che significavo per il pubblico. Certo, sapevo di rappresentare una fantasia, una specie di sogno. Eppure tutto questo non mi toccava, non mi spingeva a sentirmi bello né desiderabile. L’unica cosa che mi faceva stare bene era sapere che piacevo alla gente. Avevo bisogno di quell’affetto. Forse perché in tutta la mia infanzia ho sempre sofferto di una grande mancanza d’amore”.

Negli anni successivi all’esperienza per Mizer, altra fonte di guadagno per Joe fu la prostituzione. In quel periodo andava a letto con gli uomini, avrebbe dichiarato più tardi, perché “riuscivo a gestirli meglio”. E di questa capacità gestionale, chiamiamola pure così, abbiamo anche un documento filmato: una pellicola pornografica clandestina, destinata a remunerativi mercati illegali per l’epoca, in cui Joe fa del sesso con un uomo. Questo filmato finirà pure in un vero e proprio film porno del 1977, diretto da Jack Deveau e intitolato “Hot House”: il protagonista del film, l’attore-icona del genere Jack Wrangler, si masturba davanti alle immagini di Joe sodomizzato. Divertente ed interessante sovrapposizione di piani.

L’incontro tra Joe Dallesandro ed Andy Warhol, nonché tutta la varia umanità che gravitava intorno a questi, avviene nel 1967. La data pare essere l’unica certezza di questo evento: il resto naufraga nei più disparati racconti, tanti almeno quanti sono i presenti al fatto. In un appartamento di New York, Warhol e Paul Morrissey stanno girando il film “The Loves of Ondine”. Tra gli attori circola parecchia droga, inviata sul posto pare da un pusher che utilizzava Joe per piccoli spacci. Quando il giovane, appena diciottenne, entra nella stanza attira l’attenzione insistente di Morrissey il quale, secondo una leggenda, ne riceve un pugno in faccia come risposta alle avances. Presentato alla fine a Warhol come “l’unico fottuto maschio presente in tutto l’appartamento” finisce con l’accettare la proposta di girare con Ondine, il protagonista del film, una scena di lotta in mutande, l’unica per la quale il film si fa notare. Joe diventa così un protetto di Morrissey che lo introduce nella “factory” del pittore pop.

At the Factory: Andy Warhol, Jackie Curtis, Holly Woodlawn, Paul Morrissey, Joe Dallesandro & Jane Forth.

At the Factory: Andy Warhol, Jackie Curtis, Holly Woodlawn, Paul Morrissey, Joe Dallesandro & Jane Forth.

La Silver Factory era lo studio laboratorio di Warhol, situato al quarto piano di una ex fabbrica di cappelli sulla quarantasettesima strada: vero e proprio luogo d’incontro di una variopinta umanità perennemente al seguito dell’artista che, dal canto suo, prometteva a tutti non solo il celeberrimo quarto d’ora di notorietà, ma anche la possibilità di diventare una star, un divo, per il semplice fatto di essere quello che già erano, cioè travestiti, prostitute, tossicomani, marchettari, poeti, ballerini. Una filosofia che costò cara ad alcuni personaggi della factory, i quali, per un’effimera celebrità sacrificarono la persona al personaggio, autodistruggendosi. Baby Jane, Ultra Violet, Candy Darling, Ondine, Mary Woronov, Holly Woodlawn, Jackie Curtis e Joe Campbell sono alcuni di quelli che condividono con Joe questa singolare esperienza in cui non si faceva che riversare sullo schermo quanto già fosse stato costruito ad arte nella realtà, raggiungendo spesso risultati al limite del ridicolo e dell’eccesso camp. Così un giovane prostituto tossicodipendente diventa una star mondiale grazie al ruolo di un giovane prostituto tossicodipendente, senza alcun pudore nel mostrarsi in numerose scene di nudo frontale. Il Film è “Flesh”, caso più unico che raro di film underground che diventa inaspettatamente film di cassetta in tutto il mondo, arrivando ad essere distribuito e tradotto un po’ dappertutto. In Italia i dialoghi del film godettero dell’adattamento e traduzione di Alberto Arbasino. A “Flesh” seguiranno altre due pellicole, “Trash” ed “Heat”, a comporre una trilogia di cui Joe è con ogni probabilità il solo ed unico movente.

Joe considerò il periodo della factory come una sorta di scuola di recitazione gratuita ed ebbe la capacità di staccarsi da quel mondo e dal personaggio che gli era stato cucito addosso sia pure “su misura”, non appena la fama raggiunta gli permise di lavorare per conto proprio, riuscendo così ad evitare l’autodistruzione a cui pareva predestinato fin da adolescente.

 JoeDallesandro

Dopo la grande popolarità raggiunta grazie ai lavori con Warhol e Morrissey, Joe gira in Europa innumerevoli film; in Italia molti polizieschi e film di genere e in Francia dà corpo alla celebre “Je t’aime moi non plus” di Serge Gainsbourg. Nel film Joe interpreta il ruolo di un camionista omosessuale che si innamora della bellissima ed androgina Jane Birkin. Una storia d’amore intensa, magnificamente fotografata, in cui la profferta, da parte della Birkin, alle attenzioni erotiche del giovane gay confuso di ciò che per molti era ancora un tabù nel sesso creerà non poco scandalo. Il giro di parole un po’ contorto fa riferimento al sesso anale: forse chiarire non guasta.

L’esperienza europea termina solo alla fine degli anni Ottanta per una non chiara faccenda di traffico d’eroina e con la morte del fratello (per asfissiamento autoerotico). Tornato in patria fece apparizioni in serie televisive come Miami Vice e Matlock e recitò in alcuni film, tra cui “Cry Baby” (1990) di John Waters accanto a un giovanissimo Johnny Depp, e “Cotton Club” di Francis Ford Coppola, nel quale ha interpretato Lucky Luciano. Fu proprio Waters a ricordare come Joe avesse cambiato per sempre il modo di intendere la sessualità maschile sul grande schermo.

Recentemente il Festival di Berlino lo ha celebrato con il Teddy Award, premio alla filmografia gay, ricordando come Joe Dallesandro, abbia dichiarato di essere bisessuale per nessun motivo in particolare, “solo che quando cominci a fare qualcosa poi finisce che ci prendi gusto”. Tra le motivazioni del premio riportarono: “A Dallesandro che, se non avesse incontrato Warhol sarebbe probabilmente morto, ucciso dalla droga o da qualche poliziotto durante un furto d’auto. O, se non avesse fatto innamorare Warhol, forse sarebbe diventato una star mainstream come Marlon Brando e James Dean. A Dallesandro che “le foto di nudo mi rubavano l’anima” ed ha “insegnato a parecchia gente come fare l’amore”. A Dallesandro, che quando compare su uno schermo, fa l’amore con ogni singolo spettatore.

In chiusura, e ad ulteriore conferma dell’apertura, voglio riportare quanto di lui disse una volta Lou Reed:

Little Joe era un idiota, non se se lo sapevate…se ci parlavi per un minuto, ti accorgevi che aveva un quoziente intellettivo pari a 12. E’ l’unico ragazzo che conosco che sia andato in Italia per diventare famoso ed ha fallito. Voglio dire, chiunque voleva portarselo a letto, farlo diventare una star…Ma lui a malapena sapeva allacciarsi da solo le scarpe”.

Noi che non ci abbiamo parlato mai di persona continueremo ad accontentarci della sua bellezza, della luce capace di sprigionare dagli occhi anche quando recitava sotto l’effetto di qualche droga! Continueremo a sognarlo mentre, nudo, lancia pugni in aria sorridendo o gioca con un bambino a terra, interpretando forse lui il ruolo di un padre tenero ed affettuoso del quale ha spesso lamentato per lui l’assenza.

JoeDallesandro

Joe Dallesandro by Kenn Duncan, 1968

Oggi, a sessant’anni, Joe Dallesandro afferma di essere felice grazie ai suoi due figli che dichiara essere tutta la sua vita, che proprio una di questi figli, Vedra, ha voluto raccontare (come produttrice) nel documentario di Nicole Haeusser: “Little Joe”.

Così Joe Dallesandro, in occasione di un altro omaggio resogli dal Festival del Cinema di Torino parla di sé stesso:

Chi mi conosce sa che non amo parlare della mia vita, in particolar modo perché vorrebbe dire anche parlare di altri che hanno invece diritto a tenere per sé ricordi che forse mi riguardano. Farò un’eccezione per il Festival di Torino che, immeritatamente, mi ha dedicato e mi dedica attenzione e riguardo. Quando incontrai Paul (Morrissey) e Andy (Warhol) per la prima volta, ero molto giovane e abbastanza «selvaggio». Avevo già conosciuto la vita di strada e posato (senza alcun rimpianto) per foto definite omo-erotiche, se non a volte addirittura porno (era il 1967!). Ovviamente se ne parlò. Mi chiesero (soprattutto Paul) il perché di questa scelta e io, tra gli altri, indicai l’ovvio motivo di guadagnarmi da vivere. Mi fu proposto di far parte della Factory (come qualcuno ama ricordare quello che era semplicemente un ufficio di produzione e un atelier d’artista). Mi è anche stato consigliato di non fare «cose» che non avessi voluto, e «cosacce» con persone che non avessi scelto o desiderato. Accettai volentieri e mi misi a disposizione per quanto sapevo fare. Pulivo gli uffici, guidavo la macchina (Andy non guidava), rispondevo al telefono e poi, a volte, facevo l’attore, anche se non mi sono mai sentito tale. Soprattutto con Morrissey. Nella sua trilogia «Flesh», «Trash» e «Heat» misi molto di me e delle mie vere esperienze. Ho fatto «cose» e «cosacce», ho amato e sono stato amato, la mia carriera è continuata anche dopo la fine del sodalizio con la ditta Warhol/Morrissey, ma sono sempre rimasto estremamente legato a quelle persone. Hanno creduto in me, hanno fatto di me un attore, qualcuno dice un’icona Gay” (“La Stampa”, 15 aprile 2007).

Joe and (son) Mike Dallesandro by Greg Gorman, 1986

Joe and (son) Mike Dallesandro by Greg Gorman, 1986

Little Joe: un nuovo sguardo sul cinema queer