Froci al muro

Francesco Paolo Catalano @ Università degli studi di Palermo, 2013 Attenzione pericolo di gay (Attention Gay Dangerous - on the wall)

Attenzione pericolo di gay (Attention Gay Dangerous – on the wall)
Francesco Paolo Catalano @ Università degli studi di Palermo, 2013

Una scritta a lettere cubitali su un cavalcavia interrompe la poesia di un giro in macchina nella nebbia. “Stronzi”. Una generica offesa agli automobilisti di passaggio? Uno sfogo artistico? Una vendetta? Una dolce madeleine non richiesta per pensieri a catena.

Nell’allegra infanzia di molti, spesso ci si è dovuti scontrare con qualcuno che, armato di tutta la cattiveria possibile, ci ha etichettato nei modi più coloriti e fantasiosi. Non solo ci toccava fare i conti con noi stessi, i sensi di colpa, le paure di rifiuto, i primi disastrosi affacciarsi di desideri “sporchi” e quanto altro la “strada sociale”, segnata e standardizzata, ci propinava, ma anche e soprattutto con “frocio”, “busone”, “culattone”, “checca” o “ricchione”… insomma, con quelle che erano considerate le peggiori delle offese.

Per restare sull’autobiografico, ricordo una mattina in seconda media, in cui fui assalito da un gruppo di sette ragazzini, che strapparono il libro che stavo leggendo (peraltro non mio ma della biblioteca della scuola), al grido di “frocio”, scandito come un coretto da stadio: il motivo era perché mi rifiutavo di fare l’ottavo in una partitella di calcio all’intervallo  Passai alcuni giorni in stato quasi confusionale, mi sentivo deriso, offeso, rabbioso, ma allo stesso tempo impotente, indifeso. A chi avrei dovuto dirlo? Alla maestra per poi essere trattato, ancora peggio, come spione? Ai miei genitori? Con mio padre, che per primo mi dava della “femmina” se non volevo fare certe lavoretti in suo aiuto?
Il tempo, poi, si sa è “un gran dottore” e io ci credo, a differenza della Berté, tanto che se qualcuno all’epoca me l’avesse detto non l’avrei certo “legato stretto stretto ad un sasso”, ma non solo! Il tempo, a volte, è pure un ilare giocherellone – uno di quei sette odiosi un giorno mi ha fatto uno dei miei primi bocchini all’oratorio, e mi chiese pure di provare a metterglielo nel… ma questa è un’altra storia -.

Si parlava di offese.

Quelle parole, invero, mi hanno sempre incuriosito: mi chiedevo chi le avesse inventate e se per alcune potevo vagamente intuire da me il senso (“rottoinculo” credo non necessiti di studi epistemologici), per altre mi sono andato a ricercare un po’ la storia e un po’ l’etimologia. Ad esempio, scoprii presto cos’era la “pederastia”, appassionandomi a certa letteratura greca; qual era il peccato di Sodoma, me lo lasciavano intravedere pure al catechismo.

Ancora grazie al greco mi spiegavo la parola “omosessuale”, per quanto mi abbia sempre lasciato con un vago senso di freddezza medica.

L’origine dell’espressione “checca” è da ricercarsi in una delle uguaglianze verbali e di senso che accomunava, nel disprezzo, gli omosessuali e le donne: lo stereotipo che le donne fossero “pettegole”, “loquaci”, “inaffidabili” e “lascive” (Eva, poveretta, quante ne ha dovute subire!), ha fatto in modo che alcuni nomi femminili venissero usati ad indicare queste caratteristiche un po’ per esteso: da lì “checca” come diminutivo per Francesca, che si usava come prototipo dei nomi femminili (Petrarca chissà se lo sapeva?). 

Più ambigua e sfumata, invece, è l’origine del termine “frocio”, per quanto in molti concordino nel farlo risalire al gergo dialettale romanesco. Due teorie, in particolare, mi hanno interessato più delle altre, circa l’origine di questo termine. La prima riguarderebbe un luogo di incontro all’aperto degli omosessuali romani in epoca tardo medioevale. In questo luogo pare vi fosse una fontana chiamata “delle Froge” (cioè narici), una sorta di luogo di battuage con acqua a disposizione per le successive toilettature. La seconda ipotesi riguarda un epiteto lanciato dai romani ai lanzichenecchi che saccheggiavano Roma con inaudita ferocia, e da “feroci” deriverebbe “froci”. I lanzichenecchi, tra le attività preferite durante il saccheggio della città eterna, avevano praticato stupri indistinti di uomini e donne.

Il termine “recchia” o “ricchione” origina da un appellativo dialettale dato alla pecora che si allontanava dal gregge – ed io che la prima volta che me lo sentii dire credevo di avere le orecchie grandi! –

Sul perché invece si usi il termine “finocchio” c’è una vasta convergenza di opinioni circa il fatto che i sodomiti venivano bruciati durante le persecuzioni partite nel 1200 su fascine di legno di ferula (il finocchio selvaggio), anche se alcuni azzardano un origine dal latino Fenor culi (vendere il culo) o dal fatto che il finocchio ha il gambo vuoto e ricorderebbe, dunque, il canale rettale.

Ce ne sarebbero ancora altre di etimologie interessanti e come passatempo, lo scoprire da dove arrivano certe parole che ci hanno magari fatto tanto star male, può anche tornare utile per esorcizzare e rendere inoffensive le “offese da muro”. Con me funziona e scava un ulteriore solco tra me e quegli “stronzi” che me le rifilavano.