Bear Diversity

Bear Diversity by Gianluca Manna

Bear Diversity by Gianluca Manna

Mi sono chiesto molto in questo ultimo periodo cosa sia la ursinità. Cosa significhi essere orso, cosa ti escluda dall’esserlo.
Non è mica una roba semplice.
Ma procediamo per gradi.

Antefatto: una volta realizzato che così sovrappeso – come ero all’inizio di questa estate – non potevo fare liberamente le cose che più mi piacevano (ovvero, non per forza in quest’ordine, ballare, fare sesso, e viaggiare), ho deciso di mettermi a dieta. Una scelta non dettata dal salutismo né dall’estetica. Semplicemente, quando la limitazione delle mie libertà era diventata più forte del piacere che il cibo e la ciccia mi procuravano, sono corso ai ripari e in fretta, anche. E via, in sette mesi ho perso una trentina di chili, parecchie taglie e anche una mezza identità.
Oh si. Perché (ma lo sapevo già) alla fine mi ero adagiato nella mia nicchia ursina, pur odiando le etichette, perché è un posto caldo, confortevole, ti senti a tuo agio, finalmente… e poi? Poi inizi a ricevere messaggi tipo: “Ehy, ma quanto sei dimagrito, stai male?” “Uh, quando dimagrite come diventate brutti, in senso buono, eh”, “Eh, ma tu ormai sei secca”.
Lieve disagio.
Da una parte sei contento di entrare in un paio di pantaloni senza dover soffrire adattare tagliare; di fare le scale della metro senza imprecare per un dolore al ginocchio (nota bene: le scale mobili della metro di Roma funzionano a giorni alterni); di fare sesso senza stare lì a sbuffare e sudare sul letto per ogni minimo movimento.
C’è poi quell’altro aspetto del chiedersi “E ora, chi sono?” “Sono un orso?” “Non lo sono più?” Cosa mi rendeva orso prima, e forse-orso adesso (a parte che realisticamente la panza ancora c’è, quindi prendete quello che scrivo come un po’ iperbolico, eh)?”
La barba è una caratteristica del mondo ursino ben chiara a tutti, come il pelo e la stazza (che sia di ciccia, di muscoli, o un mix tra i due), ma non credo che sia quello il nocciolo della questione o, meglio, si parte da lì, ma per arrivare dove?

Se vogliamo fare un po’ di storia, anche se secondo me per queste cose le cronache non sono poi così importanti, l’orso nasce in contrapposizione a un modello dominante (quello che ora chiameremmo main stream, direi). Nasce come figura sensuale, naturale, non artefatta, e ribalta alcune qualità che erano sempre viste come un valore negativo: il fisico massiccio, spesso fuori forma, il pelo anche eccessivo, la ciccia, l’età non sempre tenera, una certa goffaggine, magari, una certa timidezza impacciata oppure una rudezza di modi. Caratteristiche che contrastavano con l’immagine dell’omosessuale “gay” elegante, mondano, socievole, liscio, effeminato, eternamente giovane e sempre pronto a battutine salaci.
In questo ribaltamento si sovrappongono tanti immaginari e visioni: dallo zio quarantenne che faceva sobbollire gli ormoni dei nipoti adolescenti al boscaiolo americano in camicia a scacchi e timberland; dal professore barbuto e occhialuto con panza e panciotto al giovane cicciottello un po’ sulle sue. Si mescolano motociclisti, leatherman, uomini in giacca e cravatta, peli rossi, barbe brizzolate, camicie aperte su petti villosi, tatuaggi di zampate d’orso e bandiere a strisce nei colori “della terra”.

Questo mix è liberatorio. Ci sono tanti modi di vivere la propria omosessualità e questo è uno dei tanti. Bene. Good.

Ma poi che succede?
Succedono alcune cose.
Una di queste cose è che l’orso viene addomesticato. Improvvisamente si scopre il lato piacevole di un po’ di morbidezza (ma badate bene sotto muscoli guizzanti) e, così, invece di rasare il corpo e lucidarlo a botte di olio e sidol, lo si può lasciare anche peloso (ma oh, beh, allora che il pelo sia perfetto, ben distribuito, scuro se possibile, niente alopecie o moquettature sulle spalle), la barba, anche la più talebana, viene sdoganata su quasi tutte le riviste e i blog di fashionisti, e l’orso diventa protagonista anche di una pubblicità (spagnola, veh) di una nota automobile fighetta (una FIAT 500, dimola tutta). Un orso chiaramente ripulito da tutto quello che di sgradevole, freak, anarchico, indecoroso poteva esserci. Un orso inoffensivo. Un nuovo modello di riferimento (per una nuova fetta di mercato, che sia riferito alle vendite di auto, di magliette o di serate gay-generaliste, poco importa). Da una parte, questo succede perché la visibilità paga, ma anche la si paga e quando iniziamo a vedere interviste e servizi sul mondo bear qui e là (io anche ho rilasciato, insieme agli amici di Subwoofer, una intervista alla rivista Anna, mica cazzi, rigà), allora qualcosa è cambiato, nel bene e nel male.
Un’altra cosa che avviene è che se sei abituato ad avere una visione del mondo settaria ed esclusiva, di solito nel ruolo di chi è scartato in quanto “poco adatto”, beh, una volta che trovi una tua nicchia, dove credi di sentirti a tuo agio, è difficile non trattare il mondo come tu presumi il mondo abbia trattato te. Ecco, quindi, l’esclusione dalla scena bear di chi bear non sarebbe; ecco gli epiteti dispregiativi (secca fashion, per esempio).

La “cultura ursina” peraltro sembra avere dentro anche quei semi di machismo, di patriarcato, di misoginia, che fanno parte di un certo immaginario maschile.

… e allora? L’orso è roba da buttare? Esiste ancora? … e poi, io, in tutto questo, dove cazzo sto?
Ci ho pensato su un bel po’ e alla fine ho capito qualcosa ovvero la mia personalissima risposta a queste contraddizioni (che, sappiatelo, io amo, e mi accollo tutte, perché, per fortuna, la coerenza è una invenzione e anche poco umana). Quello che mi ha insegnato lo stare anni dentro una scena come quella ursina, pur con tutte le luci e le ombre che comporta, è che ogni corpo ha valore di per se. Ogni corpo è anima, anche, al di là di ogni modello imposto. Valore su un piano “intellettuale”, ma anche e soprattutto su un piano fisico, già solo per la sua esistenza, e questo valore trascende tutto il resto.
Non mi importa di diventare il prossimo modello-dominante, mi importa, casomai, distruggere ogni modello per ritrovare (io e tutti e tutte e tutt* noi) quell’essenza, quell’inequivocabile essere “noi stessi”, che non si riduce a una maschera o a una camicia “giusta”.
Voglio il diritto di esprimere con il mio corpo, che sia sgradevole o bellissimo (e le due cose possono anche coincidere), tutta la passione, la sensualità, l’amore, la rabbia, la voglia di toccare ed essere toccato, il desiderio di ballare come un matto e anche come una matta, insomma, tutto quello che si può fare con il proprio corpo (e che ci va di fare e ci inventiamo).

L’esperienza di Subwoofer, che è sempre stata una serie di iniziative bear aperte a ogni tipo di frequentazione, e in seguito di Orgogliosamente, con cui il confronto è continuo, è stata illuminante.
In questo periodo, per esempio, stiamo organizzando una nuova edizione di “Porn to be alive“, iniziativa che pone al centro di tutto una sessualità consapevole, non moralisticamente definita, in cui sia data una informazione corretta sulle mst e non sia censurato il sesso in nessuna sua forma. Siamo orsi, ma anche lesbiche, trans, queer, gay, bisessuali, eterosessuali. Una situazione super trasversale. Siamo corpi molto differenti tra di noi e mi piace. Ecco, in questo senso, rivendico con gioia una caratteristica preziosa del mondo bear, quella che vede i modelli “scartati” da qualcun altro come tesori veri e propri. Andando, però, oltre il semplice chiudersi in una definizione, oltre le categorie di bello, sano, giusto, appropriato, in piena e giocosa libertà. Ritrovando, quindi, quell’anima, se vogliamo, selvatica, per non dire ribelle o anarchica, che contrapponeva il panzone peloso e orgoglioso al “perfetto modello di gay” accettato da tutt*. Questa è la ragione per cui sarò sempre felice di stare nella scena ursina più assurda, matta, rivoluzionaria, a prescindere da quanto peso, dal fatto che abbia la barba o no, che vesta Bear piuttosto che Comme des garçons. Ritrovando amore infinito per quello che di freak c’è in ognuno di noi, che alla fine è proprio l’essenza, la parte “non adatta” e, per questo, forse più autentica, che ci portiamo dentro dal primo secondo di vita fino ed oltre la profezia maya.