San Sebastiano: il fascino della sofferenza

san Sebastiano
Museo Thyssen Bornemisza, Madrid

Per questo eroismo con cui sopportaste il dolore delle frecce che tutto impiagarono il vostro corpo, e mantenuto miracolosamente in vita, indi staccato dal patibolo dalla pia vedova Irene, rimproveraste della sua ingiustizia e della sua empietà il barbaro Diocleziano, impetrate ancora per noi tutti, o glorioso martire Sebastiano, di sostenere sempre con la gioia le malattie, le persecuzioni, e tutte quante le avversità di questa misera vita, onde partecipare un qualche giorno alla vostra gloria nel Cielo, dopo aver partecipato ai vostri patimenti sopra la terra (Dal retro di un santino del 1913).

Se c’e un santo che ha avuto una fortuna straordinaria in tutti i tempi, ma soprattutto nel Rinascimento ed in età barocca, questo è, senza alcun’ombra di dubbio, san Sebastiano: bello come un dio pagano ed iconograficamente più pagano di un dio greco.

L’arte è sempre stata un fertile terreno per seminarvi degli alibi morali e per mascherare sentimenti e istinti, lussuria, sadismo, masochismo, narcisismo e tutti gli altri ismi che la fantasia può suggerire. L’idea poi del martirio è troppo stuzzicante ed appetitosa e riassume la maggior parte degli ismi precitati, oltre al pensiero di Tertulliano per cui il sangue è il seme della Chiesa. Quale miglior modo di incuriosire che non il sangue, martire o meno, e la persecuzione? Gli istinti più segreti e bassi dell’uomo si mettono in moto. Dice Paul Claudel che Dio ha fatto l’uomo e il peccato l’ha contraffatto. Ed ecco il gioco. C’e la comunione dei santi e c’è quella dei peccatori (Bernanos). Così le chiese, poi i musei, poi le collezioni degli eletti, si riempirono e riempiono di santi martiri, molto educativi, molto stimolanti, troppo conturbanti, siano essi veri santi o siano essi Apollo, Marsia o simili. Curiosamente il santo uomo interessa più della santa e il Rinascimento ne riempie le tele e gli affreschi, con una dovizia tale da far pensare che Apollo, per l’appunto, fosse il solo modello noto da copiare.

San Sebastiano diventa fra i tanti il più frequentemente reinventato, quasi una merce di consumo del suo tempo.

L’iconografia del giovane efebico e bellissimo diviene un invito a nozze per gli artisti, pittori ed incisori soprattutto, ma anche scultori, intagliatori in avorio, bronzettisti, incisori di medaglie e gemme, felici di esibire la loro abilità nel renderne la perfetta anatomia quanto appunto la bellezza del volto, la sensualità delle membra, gli istinti nascosti e non confessabili, gli amori segreti, talvolta non tanto, omosessualità in testa, il tutto destinato a finire sugli altari.
Quello dell’immagine sacra, o ritenuta tale, è un mondo assai particolare in cui la realtà spesso si nasconde, interpreta, integra, cela, libera, esalta o frustra, in un gioco di alternanze, la verità di fatti e di modi d’essere dell’uomo.
San Sebastiano si presta ad esprimere figurativamente un po’ tutto, sadismo e masochismo, libido repressa ed aperta, frustrazioni sessuali di decine di artisti che grazie a questo santo possono manifestarsi.

Giovanni Antonio Bazzi, san Sebastiano, 1525
Galleria Pitti, Firenze

Uno degli esempi più chiari di questo mondo è il san Sebastiano sensualissimo di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma (1477-1549), pare per i suoi costumi, che il Vasari, pur reticente, dice: era oltre ciò uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente.
Ciò non toglie che poi dipingesse santi a frotte per i frati di Monte Oliveto, anche se poi per papa Leone X fece una Lucrezia ignuda che gli valse la nomina a Cavaliere.

II suo Sebastiano è un giovane ben piantato, dolce e patetico, sensuale e pastoso, anzi sensualissimo, con quegli occhi colmi di lacrime luminose e quelle labbra che ispirano al bacio. Certamente Sodoma ebbe un modello e se teniamo conto che nel suo autoritratto si raffigura come una ragazzona pacioccosa, possiamo immaginare come si distribuissero i ruoli nella coppia. Tuttavia Sodoma ebbe anche una moglie, Beatrice, sposata nel 1510 in quel di Siena, e dalla quale ebbe anche due figli, Apelle e Faustina, che nel 1523 sposerà uno degli allievi prediletti del padre.

Il Sodoma merita una piccola digressione: personaggio sopra le righe, diremmo oggi, era un tipo – a detta di molti biografi – assai simpatico ed originale; un uomo allegro, che amava ospitare nella propria dimora ogni genere di animale: scoiattoli, tassi, scimmie, asini nani, cavalli piccoli dell’Elba, galline nane. In merito al suo soprannome non sono molte le ipotesi alternative che morigerati storici dell’arte possono chiamare in causa pur di riconoscerne l’evidenza, ma una di queste ipotesi la si può ricordare anche solo per delineare il carattere di questo artista: Bazzi portò un suo cavallo a gareggiare al palio di San Barnaba a Firenze. Il cavallo vinse. Un gruppo di ragazzini si rivolse al pittore per domandargli quale fosse il nome dell’animale vincitore, perché, come consuetudine, avrebbero dovuto correre a gridarlo per tutte le vie della città. Bazzi, tenendo fede alla fama del suo spiccato senso dell’umorismo, disse loro che il cavallo si chiamava “Sodoma”. Così, i ragazzini iniziarono a correre per tutte le vie di Firenze gridando: “Sodoma, Sodoma, Sodoma!”. Secondo Bazzi, quello avrebbe dovuto essere un modo spiritoso per prendere in giro i fiorentini. Per poco non lo lapidarono!
Il Nostro amava vestirsi pomposamente con ampie giacche di stoffa ricercata, tessute con fili d’oro e d’argento; indossava cappelli riccamente decorati e portava, con disinvoltura, collane o altri vistosi accessori e, tra il 1505 ed il 1506, gli venne attribuito anche il soprannome di “Mattaccio”. Si narra che, quando lavorava presso il monastero di Monte Oliveto di Chiusuri, con la scusa di poter dipingere in tutta tranquillità, chiese di non essere disturbato fino a lavoro terminato; si chiuse in una stanza ed iniziò a lavorare. I monaci lo assecondarono, ma alla fine, quando videro le pareti affrescate con tutte donne nude danzanti, andarono su tutte le furie. Bazzi, essendosi divertito non poco, li rassicurò e si mise subito all’opera per disegnare dei vestiti sui corpi delle donne dell’affresco. Il lavoro finale ai monaci piacque, ma valse al Sodoma il nuovo soprannome.

A parte Sodoma, ovviamente famoso, dozzine di artisti si sono occupati di s. Sebastiano fin dal tempo delle catacombe, quando l’iconografia lo voleva vestito di una candida tunica, come avviene anche a Ravenna nei mosaici di S. Apollinare Nuovo (VI secolo) e a S. Marco in Venezia (XIII secolo). Nel XV secolo ecco san Sebastiano ignudo in una lamina del Museo di Danzica e in una tavola di Quentin Matsys alla Alte Pinakothek di Monaco, mentre nella pudibonda Spagna un pittore di scuola catalana del giro di Mazzan de Sas lo raffigura in costume d’epoca in velluto controtagliato, speroni e freccia in mano (Museo Lazaro Galdino di Madrid).

Antonello da Messina, san Sebastiano

In Italia, il primo santo nell’iconografia tradizionale lo fa Antonello da Messina nel celeberrimo dipinto della Gemäldegalerie di Dresda, ambientando il suo giovane e dolce modello in una scena di prospettiva architettonica allora in voga. La strada è aperta e il soggetto è consacrato. San Sebastiano, giovane o addirittura fanciullo, diventa un festival del nudo maschile per eccellenza.

Solo Mantegna fa dei suoi Sebastiani degli uomini sofferti e maturi (Louvre; Ca d’Oro a Venezia; Vienna), ma per tutti gli altri Sebastiano è giovane bello ed ambiguo. In questa linea Altdorfer, che ne fa un giovane plastico e capellone dalle larghe spalle di carne candida, mentre Memling lo sottilizza come un fuscello. Il veneto Carlo Crivelli inanella riccioli su riccioli intorno a un volto che è di fanciulla in un gioco di stilizzazioni che tuttavia non dimentica il particolare assai realistico dei peli del pube. Bei ragazzi i Sebastiani di Giovanni Bellini e di Carpaccio, di Luca Signorelli e di Lorenzo Costa, ma stupefacente il contadino veneto di Cima da Conegliano, pur se collocato sullo sfondo di un idealizzato Castel Sant’ Angelo. Il suo Sebastiano è una creatura solida e genuina, con capelli folti e lunghi, il volto un po’ tondeggiante, come se ne vedono ancora oggi nella bassa trevigiana e nel Friuli. Con una maglietta e un paio di bermuda lo si può trovare, uno così, nelle discoteche di Lignano o Jesolo Lido.

Cima da Conegliano, san Sebastiano, The National Gallery of London

Il Sebastiano di Lorenzo Costa è, invece, un bambino quasi, di non più di dodici-quattordici anni, una deliziosa faccia di perversa marchetta del suo tempo, anacronistico per età e per aspetto se si pensa al martire guerriero di tipologia mantegnesca.

Lorenzo Costa, san Sebastiano, 1535

Con Tiziano si ritorna alla figura del santo uomo. Al contrario, El Greco, pur temendo i fulmini della Santa Inquisizione, assume l’atteggiamento diametralmente opposto: rappresenta il s. Sebastiano della Cattedrale di Palencia come una figura fortemente sensuale. Il suo Sebastiano ha un volto d’angelo e il corpo di un eroe classico, una figura complessivamente di una castità eccezionale, ma di una capacità altrettanto eccezionale di travolgere i sentimenti più nascosti. Il Sebastiano di Palencia è un Antinoo del XVI secolo, capace di emozionare anche guardandone soltanto la mana sinistra mollemente piegata verso il basso. Di certo, l’Inquisizione deve essere stata distratta in quei giorni del 1578 per non accorgersi che, al di là della devozione, le penitenti potevano leggere quel quadro in chiave quanto più profana immaginabile.

El Greco, san Sebastiano

Seconda parte
San Sebastiano Photogallery (1, 2)