In the navy. L’omoerotismo dei marinai

Dove si può trovare il piacere, cercare il mondo dei tesori e imparare la scienza e la tecnologia? Dove è possibile rendere reali i vostri sogni? In the navy, cantavano i Village People.

I Village People, gruppo musicale statunitense simbolo della disco music anni 70 e 80, si forma per iniziativa dei francesi Jacques Morali e Henry Belolo i quali, dopo aver venduto 10 milioni di dischi con i Richie Family, decidono di provare qualcosa di nuovo. L’idea originale sulla quale si sviluppò il progetto prevedeva di fondare un gruppo che si ispirasse ai miti maschili dell’America di allora: il cow boy, l’indiano, il motociclista in pelle, il soldato (anche nella variante marinara) e il poliziotto. Il nome si riferisce al Greenwich Village di New York, luogo frequentato da omosessuali, ed in effetti fin dal loro irrompere nella scena musicale, i Village People si impongono come autentiche icone gay, ruolo che non hanno mai rifiutato e con il quale hanno saputo giocare con ironia e divertimento, definendosi da soli una sorta di “simbolo stesso del carnevale a cui tutti aspirano”.

Village People

Nei loro testi fanno spesso riferimento ad allusivi doppi sensi di natura sessuale, la cui comprensione, inizialmente anche in questo caso quasi da “iniziati”, è ormai di pubblico dominio. Si pensi solo all’inno dance YMCA, creduto da molti una sorta di celebrazione del Young Men’s Chistian Association (con tanto di balletto stile riunione festosa di boy scouts) ma che in realtà sottende ammiccamenti al sesso gay, assai diffuso in associazioni come quella. La canzone parla di un giovane (young man) che viene invitato alla YMCA all’interno del quale può “fare tutto quello che si sente” e può “andare in giro con tutti i ragazzi”.
Nell’immaginario camp resterà indelebile una loro recente esibizione con Cher, in occasione della quale quale Jeff Olson (il cow boy del gruppo) ebbe a dichiarare: La conosciamo fin dagli anni 80. È un grande personaggio ed è mitica sul palco. Ci ha voluti perché abbiamo un pubblico simile e insieme scateniamo alchimie tutte speciali.

In the navy
Two sailor buddies sitting on a fence

Steven Zeeland, ricercatore associato presso il Ceres, Centro per la Ricerca e l’educazione sessuale della San Francisco State University, ha pubblicato diversi libri che trattano il tema dell’attrazione che esercitano i soldati verso molti omosessuali. Uno di questi libri, Sailors and Sexual Identity, analizza nello specifico l’erotismo fra marinai. Zeeland precisa che non si tratta di qualcosa che ha a che fare con il fascino per le divise in sé, ma di un’irresistibile attrazione per la mascolinità, non fatta solo di muscoli e fisici più o meno possenti, ma anche di valori morali come l’eroismo, la capacità di sottostare ai rigori dell’addestramento e la solidarietà estrema fra compagni d’arma. Per molti “cacciatori di soldati e marinai” vi è un’attrazione per il senso di fratellanza e solidarietà che esiste fra militari; un cameratismo, anche estremo, che porta a condividere persino la sessualità, spingendosi ad accettare un ruolo passivo nel rapporto (come emerso nelle diverse indagini fatte dallo stesso Zeeland), ritenendo la sopportazione del dolore una prova di mascolinità.
In un’intervista rilasciata ad Andrea Visconti per il mensile Babilonia, Zeeland afferma:

Da molti decenni il marinaio è un simbolo della sessualità gay. Il marinaio solo e arrapato a bordo di una nave per molti mesi è un’immagine che è entrata a far parte della cultura omosessuale. Ma alcuni predatori di marinai mi hanno messo in risalto un altro aspetto curioso: i pantaloni dei marinai sono tagliati in modo tale che si sbottonano facilmente e questo particolare stimola la fantasia di chi è alla ricerca di una sveltina.

L’immagine dell’uomo virile in divisa, esempio di moralità e onestà nella cultura dominante, si trasforma così, grazie anche a dei pantaloni che si sbottonano facilmente, nel prototipo di oggetto sessuale per una sveltina. La soddisfazione di desideri trattenuti a lungo nei periodi di isolamento su una nave, fanno del marinaio, sempre nella cultura dominante, l’esempio del libertino che ha una donna in ogni porto, mentre all’interno di una sotto cultura queer si sa bene che, molto spesso, quelle donne si chiamano Mario, Marco, Giuseppe!

In the navy

Il sottotesto camp all’immagine del marinaio, quasi fosse un percorso iniziatico, ha creato nel tempo il culto di questa figura, tanto da trovare divertenti ed ironiche le tante fotografie in bianco e nero a tema raccolte in molti siti di condivisione fotografica. In queste foto, gruppi di marinai si abbracciano, baciano, sorridono, mezzi svestiti all’interno delle loro navi; posano accanto a cannoni o a compagni intenti a tuffarsi in mare, mostrando pettorali e addominali torniti; si travestono da donna per rappresentazioni teatrali nel tempo libero, esagerando, come le drag queen, alcuni elementi di una supposta femminilità.

In the navy

In the navy

In the navy

In the navy

In the navy

In altre foto ancora, passeggiano in gruppo, con la loro divisa d’ordinanza, richiamando alla mente alcune delle opere più famose di Tom of Finland – pseudonimo del grafico e disegnatore finlandese Touko Laaksonen – e del pittore Paul Cadmus. 

In the navy
US sailors on shore leave talking to local girls, San Diego, 1937

Touko Laaksonen, cresciuto sulla costa meridionale del paese, fin da piccolo vede intorno a sé contadini, boscaioli e pescatori e di queste figure popola il suo universo, prima personale ed intimo e dopo artistico. Le sue prime esperienze sessuali le fa proprio con un vicino di casa, stereotipo, racconterà in seguito, del ragazzo di campagna, muscoloso ed aitante, uno di quelli che difficilmente viene schernito e offeso da coetanei poiché ritenuto effeminato. I suoi disegni iniziano a girare e a diventare famosi a metà degli anni cinquanta, dopo che lo stesso Touko li invia, su insistenza di un amico, ad una rivista americana dedicata alla cura del corpo e all’esaltazione della mascolinità, molto famosa al tempo, Physique Pictorial. Nelle sue pagine, con la scusa di mostrare esercizi ginnici o pose per body builder, si potevano trovare immagini di uomini nudi, nutrimento per la fantasia di molti, che di sicuro non la compravano per vedersi illustrare come eseguire flessioni o tonificare gli addominali. Alla storia di questa rivista e del suo produttore, Bob Mizer, è stato dedicato da Thom Fitzgerald un bel film nel 1999, a metà strada tra la fiction e il documentario, ed intitolato Beefcake.

In the navy
In service vintage beefcake

Tom of Finland – Sailors, 1985

I disegni di Touko piacciono talmente tanto che, nel 57 esce un numero della rivista con in copertina una sua illustrazione: il nome però era ritenuto troppo difficile per gli americani, fu così coniato lo pseudonimo di Tom of Finland, il quale, con i suoi “disegni sporchi”, così come era solito chiamare le sue tavole, ha contribuito ha cambiare lo stereotipo del gay visto come un uomo effeminato, travestito, debole (e per questo forse poco “preoccupante” per i più), in un modo nuovo d’essere omosessuale, con uomini orgogliosi di esserlo, felici di fare sesso, felici di sentirsi maschi.
Tra i suoi soggetti preferiti comparivano spesso marinai, possenti, muscolosi, solari e sorridenti, col fisico prorompente strizzato nelle proprie divise, ma allo stesso tempo appassionati e lascivi amanti di altri uomini, non raramente di qualche altro corpo militare.

Paul Cadmus nasce nel 1904 a New York, figlio di genitori amanti della pittura e che gli danno sin dai primi anni un’educazione artistica. Negli anni 30 compie un lungo viaggio in Europa, durante il quale resta affascinato dall’opera di pittori rinascimentali come Luca Signorelli, i cui affreschi nel duomo di Orvieto avevano già ispirato altri artisti del calibro di Michelangelo, il quale, proprio al Signorelli si richiama per la composizione del suo celeberrimo Giudizio Universale nella Cappella Sistina.
Rientrato come impiegato in America, Cadmus realizza il dipinto The fleet’s in, destinato a creare scandalo ed ammirazione in egual misura. L’opera raffigura un gruppo di marinai, alcuni visibilmente ubriachi, intrattenersi con donne ed altri uomini, lungo un muretto di strada. La composizione mette in risalto le forme dei militari nelle loro divise di ordinanza: i colori saturi e sgargianti creano un effetto di vitalità in chiara contrapposizione con le vesti e le gramaglie di una anziana donna, presumibilmente passata da lì per caso ed intenta a strattonare il proprio scodinzolante cagnolino. Due marinai abbracciati si intrattengono con delle ragazze piuttosto ambigue (una non ha seno e dalla scollatura pare emergere un petto maschile) mentre altri due, sulla sinistra dell’opera dividono le loro attenzioni tra un distinto signore vagamente effeminato ed una donna che, pur tirando il braccio ad uno dei due marinai, pare non riesca ad attirarne l’interesse.

Paul Cadmus – The fleet’s in

Il dipinto fu rifiutato dal PWAP – Public Works of art Project – programma di sviluppo delle attività artistiche voluto dall’amministrazione Roosvelt, con lo scopo di alleviare gli effetti della crisi economica e finanziaria del Paese dopo il 1929, ed un ammiraglio dell’esercito in pensione arrivò a definirlo “una rappresentazione disgraziata, sordida e disonorevole, una zuffa di ubriachi con un numero di uomini arruolati in associazione con dei tipi da strada”. Dal clamore arrivò il successo e arrivarono le commissioni da parte di musei e collezionisti privati.
Le opere di Cadmus divennero una collezione di critiche alla società americana della “Grande Depressione”, una raffigurazione delle tante contraddizioni di una società che cercava di uscire da una crisi profonda, lasciandosi alle spalle non solo i problemi economici ma anche le tante persone che in quella rincorsa al benessere avevano perso tutto. Le figure dei suoi quadri erano ubriachi allo sbando, donnine ammiccanti, militari oggetto di sguardi lussuriosi, personaggi di un sottobosco a volte squallido ma ritratti sempre in uno splendore visivo, in paesaggi di fantasia carichi a loro volta di sontuose allegorie. I corpi dei suoi dipinti ci offrono l’opportunità di considerare come, spesso, la bellezza, per quanto offensiva o provocatoria, nasce anche in contesti apparentemente crudeli, squallidi e si possa dedurre da quella che il critico americano Jerkins definisce “una trappola di sguardi”.

Anche per Cadmus può valere quanto già riferito in merito al concetto di parodia (vedi l’articolo Querelle de Brest e l’icona del marinaio nell’immaginario camp): nei gesti dei personaggi dei suoi quadri troviamo, tramite l’artificio dell’esagerazione e degli ammiccamenti sessuali, una critica alla società alienante e crudele; un capovolgimento di valori che arriva a far dire allo stesso Cadmus che la bellezza si trova là dove i genitori hanno sempre indicato ai loro bambini il “brutto” o il “cattivo”.

In una sua opera, carica di riferimenti omoerotici piuttosto evidenti, vediamo un giovane dalla carnagione molto chiara, fermo con la sua bicicletta e una baguette portata alla francese, in una strada che intuiamo essere portuale. Di fronte a lui un altro ragazzo, stavolta dalla carnagione scusa, è appoggiato in modo provocante lungo un muretto. Considerato il succinto abbigliamento dei due siamo portati ad ambientare la scena in piena estate. Escludendo queste due figure in primo piano, che ad un occhio “sensibile” richiamano immediatamente la scena di un approccio sessuale, ci sono altri personaggi nel dipinto che creano un effetto di estraneamento assai intrigante: cosa ci fa una ragazzina, che pare a sua volta rubato ad un quadro di Balthus, seduta al porto vicino ad un poliziotto romanticamente rapito da orizzonti romantici? E ancora, cosa ci fa una rubiconda massaia, vestita come nelle tele di Bruegel, in compagnia di aitanti portuali?

Qualche risposta la possiamo intuire dalle parole di Cadmus stesso:

Si dirà che sono un antisemita, un antibianchi, un antineri, un antimilitari, un antitutto. Non lo sono. Sono contro una società che divide le persone in categorie, che rende umanoidi gli uomini.

Il marinaio ed il suo mondo torna spesso anche nelle opere di Pierre & Gilles, artisti dallo stile inconfondibile e personale, creatori di mondi fantastici, colorati e pop, in cui religione, erotismo, mitologia, sesso e candore convivono perfettamente.

Pierre et Gilles

Pierre è fotografo, Gilles pittore; insieme lavorano e vivono fin dagli anni 70, riuscendo ad imporre uno stile sofisticato e complesso, ma nello stesso tempo assai popolare, mescolando elementi grafici mutuati dalla cultura orientale, dallo stile di molte città marinare, così come dall’iconografia classica con cui vengono presentati santi e Dei della mitologia.
Il marinaio, pronto all’avventura e all’esplorazione di terre lontane (reali o immaginarie, sensuali o carnalmente concrete) richiama lo stesso atteggiamento dello spettatore di fronte alle opere di Pierre & Gilles: smarriti nella perfezione, finta ed ipnotica, di corpi nudi e sfrontati (senza per altro essere mai volgari), disposti a perdersi nella nostalgia e nella rassegnazione tipica di chi sta per iniziare un viaggio di cui non conosce la destinazione, ma di cui sembra essere allo stesso tempo un’immagine da souvenirs.

Pierre et Gilles

Con la stessa colorata anima pop, il marinaio è stato spesso usato in pubblicità, con immagini che ricordano sia l’opera di Pierre & Gilles che l’iconografia di Querelle: basti pensare alla campagna pubblicitaria della Diesel, Jeans and workwear, in cui, sulla banchina di un porto, in festa per l’approdo di una nave carica di marinai, due aitanti giovanotti si baciano appassionatamente. L’ambientazione, anni quaranta, richiama la fine della seconda guerra mondiale, tra cartelli inneggianti alla vittoria, coriandoli e tanto di slogan: God shad his grace.

Diesel adv.

Altri due marinai si guardano intensamente negli occhi, sfidandosi a braccio di ferro, e tenendo stretta, nella mano non impegnata nel virile confronto, il profumo Le male di Jean Paul Gaultier: anche in questo caso il gioco di contrasti tra simboli “macho”, come i vistosi tatuaggi o i muscoli esibiti, e gli ammiccamenti omoerotici creano un’immagine camp dai chiari riferimenti all’opera degli artisti francesi.

Le male -Jean Paul Gaultier

Altri esempi ancora di questo utilizzo del mito marinaro in pubblicità li ritroviamo nelle campagne per l’underweare della Ginch & Gonch, ma la casistica di sicuro non manca.

A sottolineare questa passione per la marina e la figura del marinaio ci ha pensato di recente anche una mostra organizzata nell’estate del 2007 a Londra, presso il Marittime Museum di Greenwich, ed intitolata Sailor Chic: fashion’s love with the Sea.
Un’indagine dell’influenza delle uniformi marinare sull’immaginario della moda: luogo per eccellenza dell’artificiale, dell’eccesso e della “superficie”; nella mostra, partendo da un ritratto del figlio della regina Vittoria in abito da marinaretto, si passa dalle bluse a righe azzurre di Coco Chanel agli eccessi di Vivienne Westwood, dai pantaloni bianchi di Gaultier ai Corsari di John Galliano, senza dimenticare il Tadzio (vestito dal costumista Tosi) della riduzione cinematografica che Visconti ha tratto da Morte a Venezia di Thomas Mann: oggetto del desiderio dell’anziano Gustav von Aschenbach, Tadzio rappresenta una sorta di ideale e irraggiungibile bellezza, capace di annientare così come di stupire.

Tadzio in Morte a Venezia, 1973

Stesso tipo di attrazione viene celebrata in un caposaldo della cinematografia underground, Fireworks di Kenneth Anger, autore per altro di due libri, ormai leggendari, per gli amanti del cinema, ma soprattutto delle illusioni che questo crea: Hollywood Babilonia.
In Fireworks, Anger racconta del sogno di un giovane intento ad abbordare alcuni marinai, dai quali viene tuttavia malmenato e seviziato, anche se alla fine del sogno stesso, un marinaio si materializza magicamente nel suo letto. Un marinaio compare anche al posto di Gesù tra le braccia della Vergine, di chiara ispirazione michelangiolesca, mentre l’immagine del suo fallo viene, in un altro passaggio del film, evocata da un candelotto di dinamite acceso e che spunta dalla cerniera dei pantaloni.

Come sottolinea il critico cinematografico Mereghetti, Anger rovescia in chiave iconoclasta i valori tradizionali americani (la marina, i fuochi d’artificio del 4 luglio, l’albero di Natale), ma resta evidente il suo amore per il cinema hollywoodiano, con tanto di omaggio a Il mago di Oz di Victor Fleming, interpretato da Judy Garland.

Fireworks, 1947

P.S. Nel luglio del 2006, per la prima volta nella storia dei cortei gay del vecchio continente, la Royal Navy britannica ha acconsentito che una quarantina di suoi uomini sfilassero nel corteo dell’Euro Pride in divisa e con tanto di decorazioni al petto. Una volta tanto a quelle sfilate si sono viste delle vere divise, tra leather men, sailors moon varie e drag queen.