Hidden gems

Le ghost tracks, tracce ben nascoste all’interno di un album, quasi sempre dopo l’ultimo brano e quasi sempre dopo un’abbondante manciata di minuti di silenzio, sono roba che appartiene a quell’epoca in cui una delle poche informazioni disponibili sui display degli impianti stereo era il numero della canzone e poco altro. Difficile trasporre il concetto al tempo di iTunes, con le sue diafane colonnine e righe bianco-azzurre (malcelato rimpianto per il libretto, pardon booklet, sicuramente dotato di un maggior senso dell’umorismo): la mia innocente riga bianca (o azzurra) mi dirà, e c’è da crederle, che qualcosa non quadra, che l’ultima traccia del disco appena scaricato dura ventidue minuti e una traccia di ventidue minuti in mezzo ad undici tracce di quattro minuti è un’anomalia manifesta. Per farla breve il gioco non regge, è ben presto scoperto e ci ritroviamo dinanzi al classico segreto di Pulcinella, che non riesce a stupirci nè a divertirci. Fino a pochi anni fa, al contrario, la carica emozionale della traccia inattesa veniva sfruttata dai produttori per cogliere di sorpresa l’ascoltatore e comunicargli i messaggi più disparati: dalla burla al travaglio spirituale. Qui di seguito una selezione di alcune ghost tracks che hanno fatto storia o che mi hanno fatto prendere un colpo in un momento imprecisato della mia adolescenza.

francescopaolocatalano_ghost

ph. Francesco Paolo Catalano

883 – Non 6 Bob Dylan (La Donna, il Sogno & il Grande Incubo, 1995)

Quei mattacchioni di Pezzali e Repetto ci regalano una classica canzonetta (per la verità già annunciata nel booklet) sulla rockstar-stronza-che-mi-ruba-la-ragazza, provocando un impeto di indignazione nel protagonista (sfigato) che declama, appunto: “Non 6 Bob Dylan, non 6 nessuno”. Il 6 (seconda persona singolare verbo essere) non è una abbreviazione del sottoscritto, ma un gioiello scaturito dalla penna di Max, che probabilmente aveva scoperto da poco gli sms.

Radiohead – [Untitled] (Kid A, 2000)

Una manciata di secondi, qualche risonanza, un fugace tappeto di sintetizzatori quasi a voler compendiare le atmosfere create nei precedenti cinquanta minuti. Siamo lontani anni luce da Max.

Lucio Dalla – Vieni, spirito di Cristo (Canzoni, 1996)

Questo canto religioso, interpretato da un prete a sua volta accompagnato da un altro prete tastierista, si aggiudica il premio di ghost track più straniante della mia personale esperienza. Dopo le undici perle pop di Lucio pensavo che il mio stereo fosse posseduto, o di essere in preda ad una crisi mistica. Inimitabile Lucio.

Queen – [Untitled] (Made in Heaven, 1995)

Se la ghost track di Lucio Dalla è la più inquietante, quella dei Queen è senza ombra di dubbio la più commovente. Freddie è già morto, l’ultimo disco, postumo, sta per uscire e gli amici, insieme con il produttore David Richards, rendono omaggio al cantante con una traccia lunga ben ventidue minuti: la musica è serena, monocorde, rassegnata. Quasi in chiusura una registrazione di Mercury che esclama “Fab”. Fabulous.

Depeche Mode – Junior Painkiller (Ultra, 1997)

La più deludente della lista. Martin Gore si diletta in una polpettone strumentale con vaghi richiami orientaleggianti che riesce a stancare dopo soli due minuti e dieci secondi. Il peggio degli anni Novanta.

Blur – Me, White Noise (Think Tank, 2003)

Grande album e grande ghost track. Rock alla Blur più contaminazioni elettroniche più rapper-con-forte-accento-londinese. Combinazione vincente e pezzo cult, tornato in voga qualche anno fa con la moda electro e spesso utilizzato per ri-animare le dancefloors.

Nirvana – Endless, Nameless (Nevermind, 1991)

Dopo la placida Something in the Way, Kurt Cobain e compagnia si esibiscono in un inaspettato colpo di coda: urla incomprensibili e distorsioni si alternano ad inquietanti arpeggi di chitarra pulita per ben sette minuti. Perla grunge.

The Libertines – France (The Libertines, 2004)

Interessante ballata acustica a suggello di uno dei dischi più hype degli ultimi tempi.

Coldplay – Life is for Living (Parachutes, 2000)

A me Parachutes piaceva. Molto. Quei ragazzotti allegri e palliducci con le loro melodie ben scolpite e i testi spensierati sembravano impreparati al successo planetario arrivato inaspettatamente con Yellow e tutto ciò dava al loro album d’esordio una genuinità che non avrebbero più ritrovato. Alla fine del disco una brevissima canzoncina d’amore non ci dice niente di nuovo sulle dinamiche sentimentali: scusa amore, ho sbagliato ma perdonami, la vita dobbiamo vivercela ma non voglio viverla da solo. Fa un po’ Ligabue, ma la melodia convince e la voce di Chris Martin fa il resto.

Guns n’ Roses – Look at Your Game, Girl (The Spaghetti Incident, 1993)

Axl Rose, contro la volontà del resto del gruppo, decide di inserire una cover di un brano di Charles Manson (sì, Charles Manson) alla fine del disco. Eppure il pezzo fila, anche se l’arrangiamento chitarra acustica-percussioni forse fa un po’ troppo Nineties. Certo, se si pensa che una delle ragioni per cui Manson ordinò la strage in cui morì Sharon Tate fu proprio il rifiuto di una casa discografica, ci si può rendere conto delle critiche e delle controversie che il brano suscitò all’uscita dell’album. Obiettivo raggiunto per Axl.