Omosessualità e spaghetti Western – prima parte

Recentemente ho trovato una calamita per frigoriferi con un disegno in stile anni 60, di quelli che andavano per la maggiore nelle pubblicità di quegli anni, con raffigurato un giovane cowboy nella posa piuttosto classica con i gomiti su una staccionata e la testa girata in direzione di quella di un cavallo. La cosa più interesante è la didascalia. “Prima di essere alla moda ero solo un cowboy gay“. Il riferimento ovviamente è ai protagonisti del film di Ang Lee “I segreti di Brokeback Mountain“. Film molto apprezzato dalla critica e dal pubblico, che ha regalato notorietà ai suoi protagonisti e diversi premi al regista. Una storia che ha avuto anche il pregio di introdurre una forte variante all’eterna raffigurazione del macho dedito alla transumanza del bestiame e a lunghi momenti di intimità forzata tra maschi nelle solitarie notti vuoi del west iconografico come delle montagne di tanto immaginario cinematografico. Un genere, quello western, che ha regalato al cinema grandi opere, molti soldi in termini di ricavi e una serie di divi eternati con cappello d’ordinanza, la stella al petto o il lazzo alla cintura. A questo genere particolare un grande contributo l’ha offerto anche l’Italia, quando le sue produzioni cinematografiche avevano ancora l’ardire di insegnare il mestiere, indicare la direzione, imporre le mode. Il così detto Spaghetti Western che ha visto in Sergio Leone il suo maestro e in molti altri dei gregari d’eccezione, capaci spesso di variazioni magistrali sullo stesso genere, fino alla nascita (atto finale) della parodia e della commedia dei vari Trinità e accoliti.

Come è stato trattato negli Spaghetti western il tema dell’omosessualità? In molti (Tarantino compreso, si veda ad esempio l’intervista di Manlio Gomarasca apparsa su Notturno nel settembre del 2007 in occasione della retrospettiva al Festival del Cinema di Venezia sugli Spaghetti Western) hanno riconosciuto un sottotesto omoerotico in molte di quelle storie, a partire proprio da alcuni soggetti del maestro Leone.

“Sergio Leone disse in molte interviste che i personaggi femminili nei western non sono interessanti perché la cosa più importante è l’amicizia virile tra i personaggi maschili. Infatti è facile rileggere sottotesti omosessuali in tantissimi spaghetti western, basti pensare al film di Edoardo Mulargia, “La taglia è tua… l’uomo l’ammazzo io”, o a “Se sei vivo spara” di Giulio Questi…

Sì, è vero! È facile trovare tematiche omosessuali nei western e per me un sottotesto omosessuale rende solo un film di genere un po’ più divertente da guardare! (ride) Comunque capisco a cosa si riferisca Leone, perché ciò a cui lui è interessato è un codice d’onore: cosa deve o non deve fare un uomo in una certa situazione. Comunque in Il buono, il brutto, il cattivo quella tra Lee Van Cleef e Clint Eastwood è una vera e propria storia d’amore al maschile (ride)”.

Un critico americano, Chris Packard (Queer Cowboys and Other Erotic Male Friendships in Nineteenth Century American Literature. New York : Palgrave MacMillan, 2005), esperto di cinema come di letteratura e queer culture, in un suo saggio, mai tradotto nel nostro Paese, afferma che in tutta la tradizione cinematografica western il cowboy viene raffigurato come un personaggio ambiguo, che rifugge la comunità e i legami affettivi con donne, preferendo la solitudine o ingaggiando solide relazioni di amicizia con altri uomini. Amicizia che viene spesso presentata come una vera e propria relazione.

Considerato il padre degli Spaghetti Western, Sergio Leone nei suoi film forse meglio esemplifica questa figura d’eroe prefigurata dal saggio di Packard. Dopo aver lavorato come assistente alla regia di William Wyler per il film Ben Hur (1959), (film noto per il suo sottotesto gay e di omoerotismo estremo – si veda a questo proposito “Lo schermo velato” di Vito Russo), Leone esordì alla regia con “Il Colosso di Rodi” (1961): un film mitologico appartenente al filone Peplum, estremamente popolare nell’Italia degli anni 60. Questo genere di film aveva per lo più come protagonisti dei bodybuilders professionisti, spesso succintamente vestiti che richiamavano alla mente degli spettatori più smaliziati le pose di riviste acquistabili per corrispondenza (“Physique Pictorial” su tutte) che molta parte ebbero nella formazione di un immaginario camp di chiaro stampo omosessuale.

Leone esplora “il tema dell’amicizia che può nascere tra due uomini” (Frayling, Christopher. Spaghetti Westerns : Cowboys and Europeans from Carl May to Sergio Leone. London : Routledge and Kegan Paul, 1981) nel film “Il buono, il brutto e il cattivo”. I protagonisti, Tuco (Eli Wallach) e Blondie (Clint Eastwood), sono impegnati in un rapporto che sfida le norme eterosessuali. “Sulla base di una concorrenza economica, ma anche su qualche altra cosa che comporta riluttante ammirazione e rispetto, se non affetto e tenerezza”, il loro rapporto ambivalente è al centro del film. Esempi evidenti di omosocialità, Tuco e Blondie raramente sono lontani l’uno dall’altro. Anche se quasi si uccidono a vicenda a volte è chiaro che la loro amicizia è essenziale “per garantire la loro sopravvivenza in un deserto ostile” (Packard, 2005). Con nessuna traccia di femminilità, ciò che Leone chiama “un ostacolo alla sopravvivenza“, il film assume un tono omoerotico simile a quella di tanta tradizione italiana: dal Rinascimento alla virilità esibita dalla scultura fascista. E, pur non essendo apertamente intellegibile come sessuale a tutti, un accenno di affetto tra i due uomini, sicuramente esiste. Quando Tuco sta ricevendo un pestaggio orribile per mano di un prigioniero, Blondie sta fuori con gli altri detenuti, lo sguardo preoccupato sul suo volto in combinazione con il dolce movimento della musica, propone un emozionante intimità condivisa tra lui e Tuco. Alla conclusione del film, la loro amicizia si solidifica quando Blondie, archetipo del ribelle, rivela la sua fedeltà a Tuco uccidendo Angel Eyes (Lee Van Cleef). Un’amicizia che può esistere solo allo stato selvatico (come l’amore tra i due cowboy di Brokeback Mountain!). Il rapporto tra Tuco e Blondie è di un tale omoerotismo che spesso passa inosservato, proprio come nella cultura classica italiana in cui l’omosessualità veniva trattata come quella cosa da nascondere e tacere nel modo più banale: lasciandola in bella vista senza dargli alcuna importanza.

Se sei vivo spara, Giulio Questi (1967)

Sempre nel saggio di Packard si parla di un altro Spaghetti Western dalle chiare implicazioni omosessuali oltre agli evidenti debiti al cinema di Sergio Leone. Si tratta di “Quién Sabe?” Film del 1966, diretto da Damiano Damiani e conosciuto negli USA come “A Bullet for the General”. Tate (Lou Castel), un americano in Messico durante la Rivoluzione, incarna l’outsider per eccellenza a partire dal suo costume bianco lucido, con guanti e scarpe in tono che tanto assomiglia alla tenuta del dandy omosessuale nel cinema ai suoi esordi. Tate non ama le donne ed è sfuggente quando Chunco (Gian Maria Volontè) lo interroga al proposito. Torna qui il tema del mondo western costruito sul celibato e la libertà dell’uomo di essere ammirato anche per l’avversione alle donne. La chiave della lettura omosessuale getta, infine, maggior chiarezza anche sul finale del film stesso. In molti hanno azzardato un rifiuto a vivere apertamente la propria sessualità da parte del protagonista come il motivo che lo spinge al gesto che chiude il film.

Lasciando le analisi circa i vari sotto testi di alcune opere fondamentali per il genere in questione, all’interno di questo filone è possibile anche rintracciare degli omosessuali come co-protagonisti di alcuni film. Una rappresentazione in linea con i tempi: nessuna figura positiva, anzi, per lo più spietati assassini dediti al vizio e alla violenza senza alcuna possibilità di redenzione. È il caso di “Se sei vivo spara” del 1967, per la regia di Giulio Questi e conosciuto col titolo internazionale di “Django Kill… If You Live Shoot!”. Tradito dai suoi compagni dopo una rapina e dato per morto, Hermano (Tomas Milian) ritorna dall’inferno per vendicarsi dei suoi assassini che si sono rifugiati in una cittadina devastata dalla violenza, dalla corruzione e dalla perversione. La presenza del bottino dei banditi scatena l’avidità degli abitanti, che non si fermeranno davanti a nessuna turpitudine pur di mettere le mani sull’oro dei fuorilegge.

Così parla di questo film il critico Francesco Moriconi (articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero 9, novembre 2008):

Atti di sadismo, uno stupro perpetrato da pistoleri gay, maltrattamenti su bambini, violenze psicologiche su donne represse, realistiche impiccagioni, violente esecuzioni sommarie, squartamenti, torture disgustose, tombe divelte, insomma Questi non si volle limitarsi a suggerire e per questo arrivò in sol colpo ad infrangere gran parte dei tabù cinematografici. Considerando che eravamo nel 1967, possiamo farci un idea dello shock provocato agli spettatori costretti ad assistere ad un simile concentrato di atrocità. Naturalmente anche la totale assenza di personaggi positivi contribuì ad alimentare la sensazione di straniamento. Non c’è dubbio che Questi si sia lasciato prendere un po’ la mano, ma più che stupire, il regista voleva raccontare a suo modo una storia surreale in cui hanno finito per confluire svariati riferimenti cinefilo-letterari, ma anche buona parte dei ricordi legati ai duri giorni della guerra partigiana”.

Un film così estremo da non poter passare indenne tra le maglie della censura: i primi tagli furono apportati solo dopo pochi giorni dall’uscita nelle sale e riguardavano una sequenza in cui gli abitanti del villaggio straziano il corpo di un uomo crivellato con pallottole d’oro e quella in cui ad un indiano amico di Hermano viene preso lo scalpo. Nel 1975, anno in cui Questi rimise mano al film per permettergli un passaggio televisivo, le due scene incriminate vennero reintrodotte, ma anche in questa circostanza l’opera venne mutilata per questioni di durata. Nella nuova edizione il film circolò con il titolo “Oro Hondo”.

Nella decisione del regista di rappresentare i nemici dell’eroe come omosessuali una buona parte lo gioca sicuramente il passato da partigiano anti fascista di Questi. Le divise nere dei cow boy gay fanno riferimento all’abbigliamento dei gruppi fascisti conosciuti come le camicie nere. Organizzati da Mussolini e noti per il loro uso estremo della violenza furono imitati anche da Hitler quando creò le camicie brune naziste, conosciute anche come SA; le camicie brune sono state a lungo associate con l’omosessualità a causa dell’orientamento sessuale del loro capo: Ernst Rohm (impossibile non citare a proposito anche la rappresentazione della loro tragica fine ad opera delle SS messa in scena da Visconti nel suo film “La caduta degli Dei”). Il capo di questo gruppo di cow boy (chiamati muchacos) è Mr. Zorro: una evidente figura di dandy con una propria gestualità femminile, una passione per lo sciroppo di lampone, abbigliamento lucido, ricercato, con tanto di camicia in pizzo e affermazioni del tipo: “Lei non sa quanto i miei muchachos significhino per me, con le loro uniformi nere lucide”. Gianni Amelio, aiuto regista di Questi, ha raccontato durante una presentazione del film al Festival del cinema gay di Torino “Da Sodoma a Hollywood” che: «C’era un’intenzione dietro le allusioni, gli ammiccamenti, le scene tagliate, i baci omosex: smantellare la figura del macho e mandare messaggi subliminali di cultura gay». Il film è ben girato: l’ambientazione credibile, la fotografia curatissima, le inquadrature fitte di primi piani a ricordare la ben assimilata lezione di Sergio Leone. Questi sembra divertirsi anche nella realizzazione di sequenze particolarmente ben riuscite, come ad esempio quella della sparatoria in un emporio quando Hermano, nascosto tra degli scaffali, alza e abbassa la testa nelle vicinanze di una mensola in cui ci sono dei cappelli, dando così l’impressione in prospettiva di indossare un copricapo diverso ogni volta che viene inquadrato. Tutta la sequenza in cui Mr. Zorro tenta di convincere Hermano ad entrare a far parte del suo gruppo di Muchachos è carica di sensualità omoerotica ed evidenti ammiccamenti al sesso tra uomini:

Mr. Zorro: “Non ti tenta far parte della compagnia? Mangia, bevi e vedrai che ti sentirai nostro fratello. I piaceri della tavola aprono la porta ai sensi. I sensi alla fratellanza. La fratellanza alle imprese virili”.

Di fronte alla reticenza di Hermano, preoccupato anche della sorte del giovane rapito dal gruppo dei Muchachos, Mr Zorro si lancia poi in una dissertazione sul crimine in cui, cambiando semplicemente il soggetto con la frase “sesso gay”, si ottiene un quadro assai più chiaro ed intellegibile dell’intera sequenza:

C’è forse qualcosa di più virile del crimine? Non mi dirai che tu non lo hai mai conosciuto? Spari troppo bene con la tua pistola. Se con qualcuno dei tuoi amici hai compiuto qualche crimine e non sei del tutto stupido allora puoi capirmi. Mangiare, bere e contemplare la propria vittima. Non c’è niente di più sensuale”.

Se sei vivo spara, Giulio Questi (1967)

Omosessualità e spaghetti Western – seconda parte