Educazione di genere. La barbie drag queen e il papà in gonna

Le parole “queer”  e “Barbie” sono talmente entrate nell’uso comune che non è più necessario scriverle in corsivo e, probabilmente, hanno sempre avuto la stessa carta d’identità.

Barbie as Phillipe Blond for Mattel

Barbie non è mai stata una bambola “di fila” e non ha mai avuto pretese educative o l’ansia della sirenetta Ariel di voler essere a tutti i costi simile a una donna. Barbie non ha gomiti, ginocchia, peli e capezzoli. Non ha denti e unghie, come le altre sue colleghe dalla pelle omogenea e opaca. Barbie dal corpo strano, queer, è una conquista identitaria per il passaggio da diva a icona, semmai: essere un modello femminile, nell’industria dell’immagine, equivale anche alla trasformazione in una barbie, umana o di plastica. Un gioco per adulti, lontano dai lunghi capelli da bambola che creano un riconoscimento tra i bambini queer.

La pessima abitudine di dare per scontato anche i giochi infantili, sessualizzandoli, ha fatto scandalizzare il quotidiano cattolico Avvenire a proposito di una nuovo battesimo iconico per Miss Barbie: il modello fashion transgender.

The Blonds Blond Diamond Barbie Doll, ribattezzata dai collezionisti “Drag Queen” e in vendita da dicembre 2012 a 125 dollari, è stata realizzata per Mattel dai fashion designer newyorkesi Phillipe e David Blond. The Blonds, luccicante e biondissima, è l’esatta copia di Philippe: platino, lunare e queer.

Sì, Barbie ha definitivamente esplicitato ciò che era già implicito. La sua immagine è più simile a quella resa da un transgender, come pure il suo clamore nei decenni.

E, intanto, in Europa e lontano da un circuito di “Moda” da grande metropoli, un padre insegna la cultura di genere al figlio di cinque anni, mettendosi nei panni e nei giochi del bambino.
Indossare abiti femminili è tipico di molti bambini maschi e Nils Pickert lo sa e ha reso orgoglioso suo figlio di questo rapporto paternale.

«Mio figlio preferisce indossare abiti da donna, così ho iniziato a mettere la gonna anch’io, per solidarietà» (Nils Pickert su Emma, rivista femminile tedesca).

Sfidando il bullismo omofobico e la provincia tedesca, hanno camminato per le vie di una cittadina a sud della Germania vestiti con lunghe gonne colorate.

Nils Pickert and his son, Germany, 2012