Una foto al giorno. Il racconto di Guido Allegrezza sull’aggressione omofoba subita.

La fotografia legata al mondo LGBTQI non è solo fatta di fashion stylespotlight e rappresentazione. Un esempio è una raccolta fotografica quotidiana di autoritratti realizzati da Guido Allegrezza, che documenta così l’andamento clinico del suo occhio leso a seguito di un’aggressione omofoba subita il 13 giugno 2012 a Roma, esattamente 22 giorni fa.

Il web gli ha permesso di condividere il diritto alla denuncia.

testo di Guido Allegrezza 

Avevamo appena finito di smontare le attrezzature installate nel giardino del Teatro India. Un’ultima occhiata alla splendida installazione luminosa che riproduceva sulla facciata di mattoni antichi del teatro la rainbow. Un’idea che il teatro aveva voluto realizzare per dare ulteriore forza alla Settimana della Cultura Arcobaleno, che sarebbe andata avanti fino al 16 giugno. C’era di che essere orgogliosi delle fatiche della progettazione, dell’allestimento e del coordinamento perché tutto stava filando quasi liscio come l’olio.

L’inciampo, sarebbe avvenuto fuori, dopo una manciata di minuti. Era circa mezzanotte e mezza, quella sera del 13 giugno, quando ho preso la macchina e mi sono diretto verso casa, deciso a fare una puntatina veloce da “Palombini”, uno degli ormai pochi punti della città in cui i gay si possono ritrovare senza chiasso, senza locali. Insomma, diciamo, una zona di libertà. Anche se per qualcuno sarebbe più adatto usare il termine “libertinaggio”. Ma non è questo che ci interessa. Arrivo, dunque, e parcheggio, che ormai si era fatta quasi l’una. Faccio una passeggiata velocissima, senza interagire con nessuno e, mentre torno a prendere l’auto, mi accorgo che quattro ragazzi spuntati dal nulla iniziano a seguirmi e poi ad inseguirmi. Uno di loro mi raggiunge e mi colpisce alle spalle fra la scapola ed il collo. Nella mia reazione ne afferro uno per la maglia e piombiamo a terra. “Bastardo”, dice uno di loro in un italiano perfetto. Rotoliamo, cadendo. Gli altri 3 in un lampo ci sono addosso. Non riesco ad alzarmi e tutti e 4 mi sono addosso con calci e pugni. Pochi istanti e il pestaggio termina. Mi rialzo, recupero qualcosa in macchina per tamponare le ferite e chiamo il 113 che in pochi minuti è lì con 3 volanti. Chiamano l’ambulanza e al suo arrivo mi portano al pronto soccorso. 
Mentre aspetto l’ambulanza, avviso alcune amicizie ai vertici di Dì Gay Project, di Arcigay e di Gaycenter, di quello che mi è successo, tranquillizzandoli sul fatto che, nonostante avessi subito un’aggressione violenta stavo in piedi, ero stato soccorso e che gli avrei fatto sapere la mattina dopo. Faccio lo stesso avvisando mio fratello, che vive con me. 

Mentre sono nelle sale del pronto soccorso dell’Ospedale San Camillo, decido di scattarmi una foto e di mandarla con un sms ai miei amici, per farli rendere conto delle mie condizioni. Intanto cominciano ad arrivare i risultati delle analisi e delle visite che mi hanno fatto. Due costole fratturate, una frattura della parete esterna del naso, una ferita suturata con tre punti sulla testa, abrasioni superficiali della cornea dell’occhio destro, edema retinico post traumatico dello stesso occhio, edemi, abrasioni e contusioni nel resto del corpo. Faccio due chiacchiere con le persone presenti nelle stesse sale e con una parlo un po’ di più. Un ragazzo che si è trovato aggredito da un gruppo di ubriachi che in un bar lo hanno accoltellato quando lui ha risposto agli apprezzamenti rivolti alla sua ragazza. Ho pensato. E mi sono detto che tutto sommato, anche se nel mio caso l’aggressione era chiaramente di tipo omofobico, la violenza era tutto sommato la stessa, con dinamiche simili: un gruppo di maschi che assalta una persona sola, mettendone in pericolo la vita.

Guido Allegrezza – 14 giugno 2012, Roma
1° giorno – arrivo al pronto soccorso

Nel mondo del movimento LGBTQI a Roma ed in Italia non sono proprio uno sconosciuto. E lo stesso nell’ambiente politico di Roma. E mi sono detto che era un mio preciso dovere far sì che la mia situazione diventasse emblematica e che fosse dato il dovuto rilievo alla cosa. Così, quando la mattina i miei amici hanno proposto di fare un comunicato stampa non ho esitato un istante a sostenere la loro iniziativa. Per me, in quel momento, era un dovere ed un modo di rivalermi contro la violenza subita, non solo per me, ma per chiunque avesse subito lo stesso trattamento.

Dimesso dall’ospedale la mattina stessa, sono tornato a casa e ho ulteriormente riflettuto. Se dovevo denunciare, non potevo limitarmi alla foto del pronto soccorso. Era necessario coinvolgere le persone collegate a me in qualche modo nel mio percorso di guarigione. Esse dovevano vedere per non dimenticare e per rimanere emotivamente unite a quello che stavo vivendo io. Da lì, l’idea di scattare una foto al giorno di quello che accadeva sul mio viso, di come reagiva alle percosse e di come trovava la strada della guarigione. E, ovviamente, di pubblicarla su Facebook, la piazza virtuale globale che raggiunge ogni luogo.

Oggi, per fortuna, dopo oltre 20 giorni, il grosso delle tracce è quasi sparito. Ma a me restano tre cose fondamentali.

  1. Il vero e proprio “tsunami” di solidarietà e di affetto che mi ha travolto sostenendomi e confortandomi. Familiari, amici ed amiche, colleghe e colleghi di lavoro, contatti di Facebook, compagne e compagni di militanza LGBTQI e politica e, soprattutto, tante persone sconosciute mi hanno raggiunto con ogni mezzo, esprimendo in migliaia di parole, pensieri, immagini, l’orrore per quello che avevo subito e la voglia di essermi vicino con un abbraccio. 
  2. La convinzione di aver fatto la cosa giusta, di aver contribuito, ancora una volta ma questa con il mio sangue e le mie ferite, a portare all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica il tema della violenza contro le persone deboli o discriminate. Sono stato contattato, infatti, anche dall’estero, dove si stupiscono per il livello di inciviltà di cui ancora l’Italia si macchia, ed ho potuto spiegare quello che era accaduto e l’inerzia preoccupante di gran parte delle istituzioni. 
  3. La voglia di non fermarmi e di continuare ad essere in prima linea sul tema dei diritti, sperando che la mia vicenda, ma soprattutto la mia reazione, possa essere un esempio per chi pensa che queste cose accadono sempre “agli altri”. Purtroppo per chi si illude, non è così. La barbarie è sempre in lotta con la civiltà; e le conquiste che sono costate sangue, fatiche e tanto impegno, possono essere spazzate via in un istante. 

È per questo che bisogna sempre tenere alta la guardia e ricordarsi che per ogni conquista che si fa in tema di diritti umani e civili, si aprono nuovi spazi per ulteriori conquiste, per garantire nuovi diritti e nuovi livelli di parità.