I Pride son desideri.

28 giugno 1969. Stonewall.

Inizia una rivolta, inizia anche una rivoluzione per le nostre vite. Simbolicamente da lì, da quella scarpa tirata contro un poliziotto, facciamo iniziare i Pride.

Stonewall Riots – 28 giugno 1969 NYC

Purtroppo, abbiamo ancora bisogno di un Pride. Dico purtroppo perché in un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno di manifestare il proprio orgoglio per quello che si è. Ma in questo mondo perfettibile, invece, ne abbiamo bisogno più che mai.

A tutti i detrattori dei pride, a vario titolo e con varie motivazioni, bisogna ancora ricordare che:

Il Pride serve innanzitutto e soprattutto ai gay, lesbiche, alle/ai transessual*, transgender, bisessuali, interessuati, affinchè la comunità LGBTQI si riunisca, si conti, si riconosca, in una manifestazione che metta insieme persone ed esperienze diversissime tra loro per background culturale, politico, generazionale.

  • C’è ancora bisogno di un Pride per imparare ed educare che non bisogna chiedere scusa a nessuno per quello che si è, passaggio fondamentale per essere “pride”, orgogliosi, sempre, ogni giorno, nel costante e quotidiano impegno alla rivendicazione di diritti civili e istituzionali ancora inesistenti.
    Un aneddoto su questo: quando abbiamo creato, per il Roma Pride 2012, lo slogan “Vogliamo tutto”, qualcuno ha chiesto “ma non sarà che… che sembra che pretendiamo… che vogliamo delle cose… ora che c’è la crisi…” Beh, innanzitutto i diritti non hanno nulla a che vedere con la crisi. I diritti che chiediamo prescindono da qualsiasi dato economico che riguardi il nostro paese. Abbiamo talmente interiorizzato questa sorta di timidezza nell’avanzare delle richieste di civiltà, che ci auto-castriamo e censuriamo, ritenendo le nostre rivendicazioni “delle pretese”, magari anche esagerate. Dico quindi: meno male che ci sono i Pride a ricordarcelo.
  • È frequente l’ormai slogan “I Pride sono una baracconata, bisognerebbe sfilare ordinati e sobri, sennò non siamo seri e credibili”
    A parte il fatto che in Italia il concetto di “credibilità” mi pare sia totalmente aleatorio (avremmo ben altri politici in parlamento, altrimenti), il Pride è la manifestazione dell’orgoglio per quello che si è ma anche per quello che si vuole essere. Quindi, se un nanetto peloso e panciuto (come me, per dire) vuole essere Jessica Rabbit e si veste di centimetri di stoffa rossa paillettata e affronta la calura con una parrucca color rame in testa, nessuno può negargli questo sacrosanto diritto. Anzi. Principio che vale sia per i famosi culi scoperti e le tette di fuori (mica solo la Carfagna e la Mussolini hanno l’esclusiva al diritto di esibirsi!?) sia per le mise leather, per i corpi grassi e irsuti degli orsi, per i torsi scolpiti, i bicipiti guizzanti di uomini, donne e trans. Oltretutto ricorderei a questa massa (che non son pochi) di benpensanti, che i diritti LGBTQI rivendicati sono di tutt*, anche di chi gira a culo scoperto, anche di chi indossa una parrucca o dei baffi finti. Anche di chi è straniero, di chi appartiene a una minoranza qualsiasi. Non solo al gay “perbene” in giacca e cravatta o alla lesbica brizzolata in chemisier estivo da “ragazza anni sessanta”.
    Un altro aneddoto circa la creazione di un Pride. Qualche anno fa, a una riunione-workshop (che ho poi abbandonato) qualcuno disse: “Io pago le tasse quindi voglio i miei diritti”. Ecco, no. Proprio no. Perché i diritti sono di tutti. Anche di chi le tasse non le paga. Anche degli assassini. Anche dei clandestini. Anche di chi non ha soldi, un lavoro, una famiglia alle spalle, un compagno o una compagna. I diritti sono di tutti e di tutte, non sono appannaggio di nessuna categoria socio-economica.

San Francisco Gay Pride 1975

Questo anno il Pride romano ha avuto come slogan VOGLIAMO TUTTO. Perché è così che ci sentiamo. Stanchi di chiedere il permesso anche di desiderare e di immaginare. Stanchi anche di chiederlo a qualche rappresentante (o presunto tale) della comunità LGBTQI che ci vorrebbe far volare basso.

Gianluca Manna
Roma Pride 2012