Cioè dell’educazione non sentimentale

Tutte le volte che rileggo l’incipit di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen non riesco a fare a meno di cucirmelo addosso e di leggerlo così: “E’ verità universalmente riconosciuta che una zitella (scapolo o zitella stiamo lì) largamente provvista di beni di fortuna (fingiamo che non si tratti di ricchezza) debba sentire il bisogno di maritarsi (ammogliarsi, ma io parlo di me)”.

 

Checché se ne dica, quasi tutte cresciamo fin da piccole col pallino del matrimonio e dell’avere tanti – ma anche no – frugoletti. Non facciamo in tempo a essere svezzate che ci viene consegnata una bambola che sarà, inevitabilmente, il primo approccio verso uno degli istinti più primordiali di quasi ogni essere umano: la procreazione. Va da sé che per arrivare a procreare ci siano una serie di passaggi più o meno complicati e che molto spesso – sia lodato il cielo – si rivelino il massimo del piacere, ma il fatto è, mi duole dirlo, che società, famiglia e religione spesso ci rimpinzano di modelli da seguire. Per cui molte di noi crescono con l’idea di diventare donne che poi a un certo punto diverranno mogli che poi diverranno madri. Tante altre crescono sfuggendo da questo tipo di stereotipo e affermano la loro esistenza attraverso la carriera, nella convinzione che la realizzazione personale non preveda necessariamente un partner e un paio di marmocchi. Psicologia spicciola mi indurrebbe a banalizzare ancor più di quanto non abbia già fatto, ma il buonsenso mi spinge a dire che ci sono tanti, tanti altri casi, tutti diversi tra loro e molto più complessi di quelli appena descritti.
Per cui mi soffermo a parlare della mia, di educazione non sentimentale, che appartiene a tutt’altra schiatta: quella delle idee confuse, ché non si sa cosa vuoi ma intanto ti dai da fare.

La storia della cicogna che mi avrebbe portata da mamma e papà e, peggio ancora, quella che sarei nata sotto un cavolfiore, non me la sono mai bevuta e con tutta probabilità non me l’hanno mai raccontata. Da piccola facevo piangere gli altri bambini, quando dicevano di essere stati portati dalla cicogna, perché puntualmente salivo su una sedia e li mettevo di fronte alla dura verità: “Fossi nato sotto a un cavolo saresti un cavolo anche tu; invece sei uscito fuori dalla pancia, perché mamma e papà si vogliono bene e si baciano, allora dopo 9 mesi eccoti qua. Se non mi credi andiamo dai miei che loro lo sanno”. Dopodiché, in genere scappavano a frignare dai rispettivi genitori; quanto a me, ci mancava poco che strappassi un applauso ai miei per la sfacciataggine. No, non ero una specie di Grinch della cicogna, ero solo abbastanza sveglia da riconoscere le frottole e tanto, tanto curiosa. Tuttavia non sempre le mie domande trovavano risposte soddisfacenti, e col piglio di Maometto che va alla montagna, in un momento indefinito della preadolescenza decisi che certe risposte potevo anche trovarmele da sola.

 Mi bastava comprare 

Cioè? La rivista settimanale che tra gli anni ’80 e ’90 spopolava tra le teenager italiane, quando di internet non si sapeva ancora nulla e l’unico modo per reperire notizie sugli idoli adolescenziali  era comprare un giornalino in cui si trovavano interviste, poster da appendere nella cameretta e test di vario genere (“Dimmi come cammini e ti dirò chi sei” oppure che so “Quanto sei romantica?”).

Take That

In questo modo ero sempre al corrente delle conquiste di Luke Perry, il Dylan di Beverly Hills 90210 (avevo perfino incorniciato il suo poster); sapevo cosa facevano i Take That (che già solo il nome) quando non cantavano Sure e conoscevo il piatto preferito del mio Mark Owen (cose di vitale importanza, insomma). In più avevo un sacco di sticker a forma di cuoricini parlanti e stelline – non sapevo assolutamente cosa farmene, odiavo – e che collezionavo perché mi sarebbero sempre potuti servire per un eventuale baratto con le mie amichette.

Beverly Hills 90210

Ma non erano i gadget, né tanto meno i poster, la ragione per cui compravo Cioè, bensì le ultime pagine della rivista, dove oltre all’oroscopo si trovavano una serie di domande più o meno imbarazzanti delle lettrici – che trovavo un po’ tardone ma che comunque avevano sempre più esperienza di me – con relative risposte dagli esperti della redazione. Così, tra Anto ’79 a cui non crescevano le tette e temeva di essere lasciata dal suo boyfriend, Mary ’77 che pensava di essere incinta solo per aver slinguazzato col suo ragazzo, Caty ’80 che quando aveva le sue cose non sapeva come dirlo al suo lui e Bilancina ’81 che non sapeva baciare, apprendevo dritte utilissime del tipo: bisogna portare pazienza, le tette un giorno spunteranno fuori ma se il tuo ragazzo è sincero e ti ama davvero, saprà aspettare e rimarrà al tuo fianco, anche se sarai una tavola da surf; per rimanere incinta ci vuole un rapporto sessuale vero e proprio (come si facesse a distinguerlo non mi era ancora dato sapere); durante il ciclo, dire che hai delle commissioni da fare con tua madre così sembri anche più misteriosa; per fare le prove di bacio puoi baciarti l’avambraccio e, più precisamente, l’incavo tra braccio e avambraccio.
Un dato significativo è che di tutte queste informazioni l’ultima, per me, si sia rivelata la più utile.

Non tutt* ricorderanno che a un certo punto insieme a Cioè iniziarono a uscire degli inserti specifici su tutto ciò che c’era da sapere sul sesso. Io avevo preso a collezionare l’inserto che usciva ogni tre settimane (all’incirca) e si chiamava “Il sesso dalla A alla Z”: un manualetto sommario e approssimativo correlato di immagini, domande e risposte, con un dizionario dei termini collegati al sesso. Dalla A di Accarezzare, passando per la G di punto G, la M di Masturbazione, la P di Petting, per finire alla Z di Zoofilia. Roba che se lo sapesse Alex Comfort, l’autore di “La gioia del sesso”- e pure qui ci sarebbe da discutere, ma se non altro se ne apprezza l’approccio epistemologico – si rivolterebbe nella tomba. Che fosse utile o meno, questo pot-pourri di informazioni era una valida e legittima alternativa ai giornaletti porno che leggevano i maschi.

 

Quando arrivai ad avere il primo ragazzo non soltanto fui in grado di dare il primo bacio, sembrando una baciatrice professionista (almeno me la racconto così) – col braccio consumato ma si sa, Parigi val bene una messa – ma riuscii anche a capire che stavo facendo petting: roba che “pusillanime” e “perdincibacco” al confronto sono neologismi.
La mia collezione di inserti non ebbe lunga vita: bastò una lite con mio fratello perché lui andasse in camera a fare i baffi al poster di Dylan e tirasse fuori dal cassetto la scatola segreta dentro cui tenevo tutte le mie preziose informazioni – oltre a gomme da masticare sputate da chi mi piaceva, cassette di mie registrazioni che spaziavano dalla lezione di geografia alle confessioni pericolose e un diario ormai per niente segreto: fui costretta a buttare tutte le prove a fronte di un eventuale ricatto.

Presto gli idoli della mia adolescenza crebbero e Cioè fu sostituito dalle riviste di moda e di musica senza il minimo rammarico da parte mia, anche perché scoprii in brevissimo tempo che L’Amante di Lady Chatterley (D.H. Lawrence) – il mio romanzo di formazione – Le relazioni pericolose (Choderlos de Laclos) e tanti altri libri erano molto meglio di qualunque informazione didascalica avessi reperito fino ad allora sui giornaletti. Naturalmente vi era anche spazio per letture considerate canoniche per un’adolescente – ché altrimenti sembrerei uno di quei maschietti che se lo misurano col righello – per cui anch’io mi nutrivo di Austen, Salinger e Kerouac.

 

E poi c’era una sana pratica, per cui cose dapprima inimmaginabili erano divenute tangibili e prive della bramosia tipica di quando si desidera l’inafferrabile. Non ricordo dove ho letto che tanto meno pratica si fa di una cosa, una qualunque, tanto più tempo si impiegherà a pensarci su, a studiarla, a immaginarla e, infine, a sublimarla. A questo punto la domanda mi viene spontanea.