Il travestitismo scenico di Elvis Presley

Elvis Presley è un oggetto d’imitazione, ripetizione, replica e di riassegnazione sessuale. Ha scavalcato il confine tra musica “bianca” e “nera”, iniziando la teatralizzazione del rock and roll e divenendo trasversale alla “causa” di muliebre esibizione maschile. Esteticamente non ha mai avuto la barba, solo tanto trucco, file di vestiti e cinture incastonate di gemme.

Elvis Presley

Figlio tenero e affezionato alla madre nella rappresentazione icono-divistica, Elvis Aaron è nato gemello di un fratello, Jesse Garon, morto alla nascita. Un fantasma che l’ha ossessionato, come se fosse stato in qualche modo incompleto, da ciò che riporta la maggior parte dei suoi biografi. Un caso di changeling – bambino doppio di un qualcosa che non c’è mai stata – che plasma la nozione stessa di icona queer contemporanea.

Elvis Aaron Presley, 1939

L’estetica camp di Elvis si ispirava a Rodolfo Valentino, del quale avrebbe voluto incarnare un seguito identitario (dalle basette alla mimica facciale). Rodolfo Valentino ricorre anche nei suoi servizi a torso nudo e nel suo voler rivendicare origini italiane.
Un’immagine visiva a metà tra sessualità controllata e potere seduttivo li ha accomunati, come pure la sfarzosità dei funerali, spesso paragonati.

A fake Rodolfo Valentino

Elvis Presley ha colto di sorpresa il mondo in modo erotico, diventando un prodotto autovoyeuristico, un oggetto feticistico al pari delle virgolette poste sul suo bacino. Elvis the Pervis. Un Elvis da imbottitura fallica, da travestitismo feticistico, il cui stesso corpo diviene sessuato solo in quanto dispositivo scenico. Nella storia di Elvis Presley, il travestitismo in scena è rappresentato, oltreché dalle diverse notizie sul suo fallo “marionetta” imbottito, dalla mistificazione stessa del suo mito.

All’inizio della sua carriera Elvis provocò un duplice scandalo: la sua musica era troppo nera e lui aveva l’ombretto. Una fusione di cross-dressing, teatralità e omosessualità, che ha introdotto nell’immaginario popolare il mito della rock star oltre gli schematismi vestimentari legati ai ruoli culturali di genere.
Elvis aveva anche anche una capigliatura “queer”: era come quella di un nero, di un teppista e di una donna; pronta a superare ogni forma di categorizzazione sociale.

In 1956, Elvis Presley bought his mother, Gladys, a pink Cadillac.

Molti critici hanno definito Elvis Presley un simbolo sessuale maschile che impersona parti femminili. Una femminilizzazione di genere data dal mascara, dalla tintura per capelli e dallo stile musicale nero o, semplicemente, dal suo essere una delle prime icone pop da festeggiare al pari della mamma. Elvis Presley come Liberace prima e Michael Jackson (suo futuro genero) dopo, è stato costantemente letto in funzione del divo-mito “ragazzo”, “eunuco”, “donna”, tutto meno che “uomo”.

Andy Warhol ha utilizzato l’immagine di Elvis per un intero decennio, sovrapponendo la sua faccia anche all’etichetta di una minestra in scatola (Campbell’s Elvis): il travestitismo scenico ha incontrato la ripetizione pop.

Andy Warhol & Elvis Presley

Elvis in sovrappeso non è mai esistito per i suoi moltiplicatori d’immagine, impersonificatori che hanno anticipato l’idea stessa di clonazione e rimodellamento chirurgico. Una sorta di travestitismo non classificato definibile “Elvis”.

Elvis impersonator and Marilyn on the set of Let’s Make Love

fonte: Marjorie Garber, 1992, “Cross-dressing & cultural anxiety”