50 anni senza Marilyn

di Giovanbattista Brambilla
(pubblicato in “CinemaZeronotizie”, aprile 2012;
“Pride”, giugno 2012)

June 1st 1962. Marilyn Monroe celebrating her last birthday on set of Something’s Got To Give

Il primo giugno si celebra l’ottantaseiesimo compleanno di Marilyn Monroe, ma nel frattempo è già passato mezzo secolo da quando è scomparsa.
Sembra essere accaduto di tutto, a noi e al mondo, mentre lei è ancora lì ad incantarci coi suoi film e a sorriderci materialmente ad ogni angolo di strada, riprodotta in un universo di gadgets infiniti.
Una “donna in vetrina” per eccellenza, il cui corpo frutto di mercimonio l’ha quasi fatta assurgere al ruolo di Santa e Martire del Ventesimo Secolo. Ironia della sorte, per un’attrice, divenuta superstar planetaria grazie, proprio, ad uno studio cinematografico denominato 20ThCentury Fox.
Un po’ ovunque ci si sta preparando a questo atteso anniversario con mostre (Londra, Firenze, ecc) a lei dedicate. Sia di raro materiale iconografico ma soprattutto con suoi cimeli personali. Questi ultimi, sparpagliati presso ricchi collezionisti in giro per il mondo dopo le recenti e milionarie vendite all’asta di tutti i suoi averi, conservati fin’ora dai suoi amici, collaboratori e parenti.
Come una Santa, da un pezzo canonizzata dalla Pop Art, ciò che a lei era appartenuto o stato toccato (libri, assegni, lenzuola, persino pentole di cucina, piastrelle staccate dal bagno nella casa in cui è morta, ecc) o indossato (abiti personali, accessori e costumi di scena) ha assunto un valore ben oltre al religioso, sconfinante nell’incantesimo magico. Il “feticcio” che illude di ritrovarcela incarnata e poter “comunicare” con lei.
Il culto per un frammento-reliquia, dall’immenso potere taumaturgico, per alleviare il doloroso senso di vuoto e sua assenza in questo mondo terreno.
Ed è assai triste notare come una persona che per tutta la vita aveva lottato per non diventare una “cosa”, una bambola bionda o una merce da contendersi al gioco dei dadi hollywoodiani, non sia riuscita a vivere di più d’un suo cappotto, dei suoi guanti, d’una borsetta o d’ un suo paio di scarpe griffate Ferragamo che oggi fanno bella mostra nelle bacheche dei musei.
Ogni frammento inanimato del suo mito ha conquistato una vitalità propria. Deflagrando a raggiera nell’immortalità per le celebrazioni dei molti “50 anni” da qua ancora a venire nel futuro. Perché è sicuro che il suo culto durerà nei secoli dei secoli. Esattamente com’è accaduto a Cleopatra, ad Elena di Troia o a Monna Lisa. Come Marilyn Monroe nessuna, perché il suo mito ha il privilegio e la condanna d’essere stato creato in un’epoca in cui i mass-media hanno documentato tutto impietosamente.
Una Marilyn illusoriamente accessibile col suo perenne sorriso.
Col fantasma del suo corpo che ancora oggi si manifesta sugli schermi TV o su Youtube con un semplice “click”. A comando. Nell’epoca della riproducibilità tecnica la sua immagine ha sostituito il corpo di carne come un “avatar”.
Benché la 20Th Century Fox faccia ristampare tutti i DVD dei suoi film (un vero record nella storia del cinema, già iniziato clamorosamente all’epoca del VHS) è da un pezzo che l’immagine della Monroe ha trasmigrato in altro territorio extra-cinefilo. Nessuno la confonderebbe mai più, come accadeva una volta, con la sequela delle cretine bionde da lei interpretate magnificamente sullo schermo. Finalmente, ma ci sono voluti 50 anni.

La Marilyn “donna” ha paradossalmente vinto attraverso il suo fantasma. Il suo mito s’è auto-alimentato, adeguandosi all’evoluzione dei tempi e della “modernità” contingente.
Così si è passati dal vedere Marilyn come la “donna-vittima” del periodo femminista anni ’60 alla sua rivalutazione come grande attrice nei primi anni ’70, grazie al revival della vecchia Hollywood trasmessa in televisione. Infine, negli ultimi vent’anni ha preso sempre più piede lo studio della sua vita privata, della sua caratteristica sensibilità d’essere umano, coronato lo scorso anno con la pubblicazione d’un suo diario segreto in ogni lingua del pianeta.

Marilyn Monroe

Bisogna anche ricordare che oggi Marilyn è stata rivalutata anche come cantante, sebbene nessuno dica abbia venduto tanti dischi e CD quanto forse Lady Gaga non sia riuscita ancora a fare.
Marilyn continua a vendere e far vendere di riflesso. Talvolta la sua faccia è usata per la “reclamizzazione” di altri prodotti (recentemente per la Citroen) ma si cerca di usare addirittura delle sue sosia o fotomontaggi per superare il copyright (come nell’ultimo spot per Chanel).
Per fortuna, da un bel po’, non capita più di ritrovare una esordiente ribattezzata come “La nuova Marilyn”. Innanzi tutto perché ha portato sfortuna nera a molte.
Persino Michelle Williams, candidata all’Oscar, nel recente “My week with Marilyn”, paragonarla alla Monroe è come confrontare l’acqua calda con lo champagne.
Anche se i giovani d’oggi, spessissimo, non abbiano mai visto neanche un film con Marilyn Monroe, né sappiano situarla in un’epoca ben definita. Non è raro che, parlando oggi con i ventenni, mi dicano che la Monroe era stata un personaggio del cinema in bianco e nero degli anni ’30 (alcuni m’hanno pure detto del Muto!) oppure che non sia morta ma viva da qualche parte a Los Angeles, forse in ostaggio del suo chirurgo plastico, tanto da confonderla per qualche attrice che fece “Dynasty” o “Dallas” in TV. Cose del secolo scorso insomma. E la cosa ha molti punti in contatto con “Fedora” (1978) di Billy Wilder, già di per se stesso un omaggio al suo “Viale del Tramonto”(1950) e al mistero delle divinità di celluloide. Eppure il nome e la firma di Marilyn Monroe continuano ad essere depositati sotto copyright come il marchio d’una multinazionale.
Benché, ormai quasi tutto il merchandising che la riguardi arrivi taroccato e senza controllo, a vagonate da India e Cina, senza royalty per i legittimi eredi. Addirittura a volte, sbagliando, usano foto di “sosia”.
Ma tant’è che chi compra una borsa con il sorriso decorativo di Marilyn, la considera intercambiabile con una qualsiasi Hello Kitty. L’importante è che infonda gioia , spensieratezza e faccia “marchio”.
E’ proprio strano tutto questo florido commercio, perché Marilyn dichiarava: “Non m’importa il denaro, quello che voglio è solo essere meravigliosa”. E alla fine, forse, lo è diventata davvero.
Ricca non lo fu mai, non buttò mai soldi per sciocchezze e lussi pacchiani alla Liz Taylor, né come quest’ultima ebbe mai collezione di diamanti e smeraldi grossi come limoni, né l’infinita catasta di pellicce e limousines.
Tutti i suoi cimeli oggi idolatrati in bacheca trasudano della tenerezza di colei che fu orfanella, bistrattata, adottata, poi sposa 16enne, operaia-moglie di guerra, affamata fotomodella che posò nuda per pagarsi cibo e pigione. La dura china d’ascesa sulle tagliole di Hollywood ed infine lo splendore d’una vita di cartapesta per “la donna più desiderata del mondo” poi morta, giovane e bella, completamente sola sulla scena d’un crimine irrisolto.
Ma Marilyn non è mai veramente morta.
E’ come una Bella Addormentata, apparente defunta e congelata nel tempo, perennemente in attesa d’un bacio.
Oh Marilyn, quanto ci manchi!

Norma Jeane Baker alias Marilyn Monroe