Moda e Cinema. Due speculari macchine di senso.

Blow-Up (Michelangelo Antonioni), 1966

Moda e cinema sono due speculari macchine di senso. I protagonisti al cinema sono protagonisti delle nostre vite. Le star sono icone persistenti della nostra epoca, pronte a colonizzare la nostra quotidianità. Sono personaggi ma anche “persone”  che marcano il loro spazio con segni concreti: abito, make up, acconciatura sono i segni principali e più evidenti, quelli che costruiscono il personaggio.

Il connubio Cinema-Fotografia di moda è connaturato ad un linguaggio ed intenti comuni. La fotografia di moda, legata al racconto di un brand, di uno stile, di una tendenza, è narrazione di una storia. Così come il cinema è “una macchina generatrice di senso che è in grado anche di produrre sensazioni, desideri e sentimenti”, così è l’editoriale di moda: tutti e due pongono all’attenzione come ci pensiamo, ci immaginiamo, ci sogniamo. (P. Calefato, Moda e Cinema, 1999).
Cinema e Moda sono legate a doppio filo dalla variabile costumi. “Cinema e Moda sono oggi due grandi serbatoi di miti, di culti, di star: sogniamo di essere Audrey Hepburn col tubino nero di Givenchy davanti a Tiffany’s” (ibid.), così come sogniamo il guardaroba infinito della mitica Miranda Priestly/Anna Wintour, donna che decide le sorti del Circo Mediatico della Moda.

Audrey Hepburn – Breakfast at Tiffany’s (Blake Edwards, 1961)

Non potremo mai dimenticare quale ruolo d’importanza primaria abbiano i costumi in un film come Priscilla la Regina del Deserto (Oscar a Lizzy Gardiner e Tim Chappel), in cui l’abito è un mezzo di espressione fondamentale nel “significare” l’ambivalenza del corpo e della sua identità socio-sessuale (ibid.), se solo ricordiamo la scena in cui Felicia/Hugo Weawing viene scambiato per donna e, una volta scoperto, assalito in un tentativo di aggressione.

The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert

Tra Moda e Cinema esistono complementarità e contaminazioni nonchè citazioni reciproche (U. Volli, Block Modes. Il linguaggio del corpo e della Moda, 1998) come in Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, in cui fulcro della narrazione è il mondo delle pop model che stava nascendo nella Swinging London; come Pret-a-porter (1994) di Robert Altman, in cui il mondo della moda è un baraccone patinato; come ne Il Diavolo veste Prada (2006), in cui il lato della Moda meno conosciuto, il suo potere economico, personificato da Anna Wintour, spoglia della sua aura di mistero il ruolo dello stilista creativo o del rutilante mondo della moda per farlo apparire come realmente è: un grande meccanismo finanziario; così come nel “real” Il Diavolo veste Prada, ovverosia il documentario The September Issue (2009), in cui Stefano Pilati (allora direttore creativo di YSL) è emozionato e teso di fronte alla scelta degli abiti da parte di Anna Diavolo Wintour.

Contaminazioni come nel caso dei  fashion movie-star editorials“, editoriali di moda con protagonisti attori cinematografici nel ruolo di modelli, o come nel caso specifico di Sofia Coppola alle prese con la direzione di uno short video per Marni + H&M.  

Kyle Maclachlan & Linda Evangelista for Barneys (1992)