Una notte sotto un albero di lillà. Jeff Buckley

Steven era uno scozzese rubicondo e gioviale, uno di quei falsi magri che non perdono mai il sorriso. Insomma, uno di quelli che non può non ispirare una certa simpatia. Si definiva giornalista musicale o qualcosa del genere e il suo vanto era una intervista ai Coldplay realizzata prima del successo planetario di Parachutes. Andava in giro con una reliquia da museo, un lettore di minidisc che sarebbe stato ben presto seppellito dagli iPod e dall’orrido mondo dell’emmepitrè. Quel lettore fu la mia salvezza durante gli interminabili viaggi in pullman verso mete turistiche preconfezionate. Il giornalista falso magro si sentì in diritto, a ragione data la mia tenera età, di darmi un paio di dritte musicali e mi rivelò quali fossero i minidisc a suo parere imprescindibili (sempre presenti nel suo piccolo, orribile marsupio nero): uno era Enjoy the Melodic Sunshine dei Cosmic Rough Riders, una band alt-folk scozzese che non ebbe in seguito la fortuna che meritava.

L’altro era Grace di Jeff Buckley.

Grace – Jeff Buckley

Mi disse, improvvisamente serio: “Si è suicidato qualche anno fa, questo è l’unico disco che ha fatto”.
Si sa, i quindicenni in crisi adolescenziale vanno pazzi per i suicidi e per le morti premature in genere. Certo, non era morto a ventisette anni come i suoi più celebri predecessori, ma valeva la pena provare. Andai da Ricordi, comprai Grace e lo ascoltai per mesi, svariati mesi, forse un anno, forse di più. Un’ubriacatura da gin non si scorda fino a quando non si è dimenticato il sapore del gin. E fu così che da un giorno all’altro smisi di ascoltare quel disco. L’ho lasciato fermentare, sedimentare. Ascolto Lilac Wine, di tanto in tanto, giusto per riassaporare il delirio di un giovane smarrito in una notte fredda e umida che si ristora sotto un albero di lillà, ne estrae il nettare e, bevendolo, si abbandona alle visioni paradisiache di un amore che non arriverà mai.

Dieci anni fa Jeff Buckley era per me il simbolo dell’artista bello e tormentato, l’eroe dal destino tragico e ineludibile (il padre, Tim Buckley, grande cantautore degli anni Settanta, soccombette ad un mix letale di alcool ed eroina quando il figlio Jeff aveva appena dieci anni), uno di quelli che vogliono dire tutto in poco tempo perchè sanno che non ne avranno per molto. Adesso, invece, è un riferimento di libertà artistica ed espressiva. E’ la dimostrazione che si può avere una estensione vocale invidiabile e non scimmiottare Robert Plant; che si possono suonare accordi strani senza sembrare prog; che si possono utilizzare armonie chiesastiche e melodie celtiche senza timore di risultare stantii; che si può reinterpretare Leonard Cohen senza cadere nella più scontata delle ovvietà. Non è roba da poco. Si potrebbe aggiungere qualche considerazione brillante sulla crudeltà del destino che recide di netto la vita di un trentenne all’apice del successo mentre nuota cantando a squarciagola Whola Lotta Love. Ma mi risparmio questo compito infame.
Chissà cosa ne pensa Steven.

Jeff Buckley: Fall in Light, documentario diretto da Don Kent, 1999.