Bella di mamma

Child Beauty Pageants

Mia madre mi ha insegnato a destare ammirazione

Nell’episodio 10 della quinta stagione di Mad Men attualmente in corso negli Stati Uniti, la rossa e procace office manager Joan riceve in ufficio una richiesta di divorzio da parte del marito; terrorizzata all’idea di rimettersi in carreggiata e trovare un nuovo compagno – perché chi vuole una donna con figlio a carico (siamo negli anni ’60 ma a ben vedere la fifa è sempre la stessa)? – si sfoga con Don Draper davanti a un drink e dice: “in passato se qualcuno mi cercava alla reception era per consegnarmi fiori” e subito dopo, quando Don le ricorda quanto fosse corteggiata e quanto egli stesso ne fosse intimorito, continua: “mia madre mi ha insegnato a destare ammirazione”.
“Mia madre mi ha insegnato a destare ammirazione” è stato il mio tormentone per tutta la settimana. Mentre andavo in ufficio, programmavo cose, parlavo al telefono, portavo buste che mi cadevano disastrosamente per strada o andavo alle poste, per tutto il tempo non facevo che pensare che è vero, siamo il prodotto delle nostre mamme – io lo sono soprattutto quando mi cascano le buste -, che ci piaccia o no. Alcune mattine mi alzo, vado allo specchio e mi dico più o meno disperata – dipende dall’umore – che sono diventata mia madre, perché magari mi è spuntata una fossetta sul mento identica alla sua. Ma al di là della mera somiglianza fisica, non ci vuole molto a capire che il rapporto madre-figlia è uno di quei rapporti determinanti, che influenzano non soltanto tutta la vita affettiva, ma anche il nostro modo di relazionarci alle cose, che si tratti di piegare i panni in un certo modo – “stendili bene e tira! che sono ‘ste mani mosce?”- o di rispondere per le rime mantenendo sempre un certo aplomb – “ché non ti ho insegnato a fare la vasciaiola”- , cresciamo seguendo l’esempio di chi si occupa di noi – e qui mi domando cosa sarebbe di me se mi avesse cresciuta un mammifero qualsiasi, che so, un canguro. E così, io mi ritrovo a piegare in modo disordinato le maniche di qualunque giacca indossi perché ho sempre visto mamma che lo faceva – imperfetto è bello – e ho una predilizione per il trucco vistoso, perché da piccola, quando per gioco mi veniva concesso di usare i trucchi, mia madre mi diceva: “vieni Tabata, ci trucchiamo da Endora” (rispettivamente figlia e madre di Samantha in Vita da strega).

Divina

Per quasi tutte le bimbe truccarsi e indossare abiti e scarpe di mamma – così come giocare con le pentole – è il massimo del divertimento. È come fare le prove generali per quando saranno grandi, almeno finché non si costruiscono una loro personalità e non sviluppano idee che tutto a un tratto vanno a cozzare drasticamente (nella maggior parte dei casi) con quelle della genitrice. In altre parole: adolescenza.
Nella misura in cui la gnappetta prende a modello la mamma, così la mamma proietta tutte le sue aspettative sull’infanta. Potrei stilare un elenco, di tutte le mamme squilibrate che ho visto. Da piccola al mare c’era una bimba che si chiamava Divina, perché a dire della madre era divina e sarebbe divenuta una specie di principessa. Divina portava una tiara rosa anche in spiaggia, aveva un costume stile Ariel la Sirenetta per fare il bagno e si comportava come una reginetta impartendo ordini a destra e a manca del tipo “passami il rastrello” o “capovolgimi il secchiello”. Era anche piuttosto cicciottella, aveva i baffi e un unico sopracciglio ma si sa, ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia e chi siamo noi per affermare il contrario?

Se la mamma di Divina fosse stata americana, con tutta probabilità avrebbe spinto l’infanta di Napoli (erano napoletane) a partecipare a un concorso di bellezza per bambine.

Child Beauty Pageants

Dei Child Beauty Pageants (si chiamano così), veri e propri concorsi di bellezza per bambine di età compresa tra 0 e 18 anni che spopolano negli Stati Uniti, in Italia si sa ancora molto poco. Qualche tempo fa il canale satellitare Real Time aveva mandato in onda le puntate della serie Toddlers and Tiaras col titolo Little Miss America, in cui si seguono alcuni spaccati della preparazione ai concorsi di bellezza dedicati alle più piccole, dalle storie personali delle aspiranti miss, spesso capricciose, alle interviste alle madri, fino alla fase finale in cui le bambine sfilano e si esibiscono in uno spettacolo per convincere i giudici a premiarle.
Questi “contest” sono disciplinati – passatemi il termine- da suddivisioni in categorie che includono talento, intervista, abbigliamento (di ogni tipo: sportivo, casual, western, da spiaggia, a tema, a piacimento, da sera e bla bla bla), trucco e parrucco e last, but not least, età.

Baby I want you
Child Beauty Pageants

In genere, il premio finale è in denaro e viene subito riutilizzato per il concorso successivo (iscrizione e abiti che arrivano a costare anche $ 1000), ché al peggio non c’è mai limite, soprattutto quando si parla di “Toddlers and Tiaras”, dove mamme e bambine possono sbizarrirsi con costumi, trucchi e gatti morti in testa: la prova reale di cosa vogliano dire i termini “orrore” e “raccapriccio”. Gnappette con ciglia finte e così tanto trucco in faccia che Moira Orfei al confronto è la figura di un santino in colori pastello. Per non parlare della dentiera che fa splendere i denti e della mamma pazza di turno che ripete la solfa “se bella vuoi apparire”, mentre ancheggia incazzata e senza fiato per fare ripetere le mosse all’infanta, che magari è stanca morta ma guai a dirlo. Una vitaccia.
Più politicamente corretto sembra, invece, National American Miss, dove le aspiranti miss non possono assolutamente truccarsi, né tanto meno vestirsi come battone. Una cosetta più normale che, se spinta all’eccesso, può comunque assumere i tratti del fenomeno da baraccone.
Uno dei rischi più grandi dati da certe esibizioni è la sessualizzazione precoce delle bambine. Non ci vuole una mente eccelsa per capire che indossando abiti succinti, tacchi, ciglia finte e gloss che inturgidiscono le labbra, il passo verso l’emulazione degli adulti può essere breve.
In Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006), pellicola acclamata dalla critica, Olive, la piccola protagonista che partecipa alle finali per le aspiranti Miss America, si presenta in frac e inscena uno scandaloso quanto grottesco se non umiliante spettacolo di burlesque. Ma Olive è inconsapevole di destare tanto scalpore perché – diciamoci la verità – se ne vedono di peggio, e quando i giudici chiedono che venga spenta la musica, tutta la sua famiglia decide di salire sul palco per unirsi allo spettacolo (piccolo momento di umanità che mi strappa sempre una lacrimuccia) e ballare sulle note di Super Freak di Rick James. Una piccola perla che la dice lunga su quanto siamo disposti a fare per ottenere quei famosi “cinque” minuti di celebrità.

Ora mi domando che fine abbia fatto Divina e vorrei anche sapere come si fa a “destare ammirazione”.