Le buttane di Aurelio Grimaldi

Un paesaggio stratificato, un deserto urbano in cui convivono l’uno sull’altro commissionati i reperti di una società rurale, fatta di case di pietra, viottoli, cortili, e le strutture già in abbandono, simboli di un fallimento precoce, quello della selvaggia speculazione edilizia. Ai bordi frastagliati di una città immersa in un bianco e nero manicheo si muove una fauna malinconica, l’unica ancora umana nell’accettazione delle sue miserie. Un’umanità raccontata per la prima volta dalla visione di Pier Paolo Pasolini e che qui, grazie all’amore di Aurelio Grimaldi per l’autore di Ragazzi di vita, torna a essere protagonista. Sto parlando de Le buttane (1994), film non a caso celebrato al Festival di Rotterdam. L’ex insegnante e scrittore Grimaldi (suo il romanzo da cui Marco Risi trarrà Mery per sempre) che prima in Ragazzi fuori e poi con La ribelle si cimenta con il cinema per poi realizzare Le buttane, un’opera cruda e dolorosa che è ormai parte dell’immaginario popolare italiano.
Ci troviamo in Sicilia, a Termini Imerese, il sole accecante e tagliente disegna geometrie pre-metafisiche mentre nella meravigliosa apertura assistiamo alla discesa negli inferi di un’almodovariana Paola Pace sulle note di Eclissi Twist di Mina (già tema de L’eclisse di Michelangelo Antonioni, quasi ad annunciarne la versione postribolare del suo Le amiche). Da qui la narrazione si dipana come un’austera treccia sciolta nella penombra della propria camera. Oltre alla spigolosa Paola Pace qui Veronica, una prostituta che riceve in casa con tanto di sala d’aspetto, seguiamo le storie di Orlanda, la prostituta napoletana e agé  interpretata da Ida di Benedetto, la “dura madre” Milù (Lucia Sardo), la giovane Blu Blu (che verrà ricordata per lo strepitoso monologo su religione e sesso di fronte a due sgomente testimoni di Geova), la transessuale Kim (Alessandra di Sanzo), Maurizio il ragazzo di vita che subisce il mestiere attraverso i baci lenti e prolungati che è costretto a ricevere su tutto il corpo da un anziano cliente, ma soprattutto lei, Liuccia Bonuccia (una memorabile Guia Jelo), buttana ironica, ottimista e indipendente.
Aurelio Grimaldi si sofferma, soprattutto nella prima parte della pellicola, sulla reificazione del corpo dei protagonisti. Il viso, le labbra, il seno, le braccia, le natiche, il sesso, sono oggetto di primi piani giustapposti che producono una narrazione franta. La ricomposizione degli eventi- sia essa dolorosa come nel caso di Bonuccia piuttosto che felice e sorprendente come per Orlanda – non significherà per niente risoluzione. Dopo l’assassinio commesso da Maurizio (esasperato o forse solo alla ricerca di denaro facile), la violenza subita sulla spiaggia da Bonuccia – che poco prima ci aveva regalato uno dei momenti più esilaranti ed emozionali della pellicola: quando un ragazzo innamorato di lei la porta in un ristorante ispirato al serial Beverly Hills 90210 e poi in un albergo di lusso – e la svolta «turca» di Orlanda la narrazione s’interrompe, a celare finalmente carni, speranze e consapevolezze.