Da Sodoma all’Eden: il queer in Medio Oriente

Negli ultimi anni si sta imponendo all’attenzione di tutti il caso di Israele, in particolare la città di Tel Aviv, come un’isola felice, una sorta di “terra promessa” per la comunità LGBTQ di tutto il mondo.
Questo clima di apertura e tolleranza nei confronti degli ambienti omosessuali affonda le sue radici in quei successi raggiunti dalla comunità queer israeliana alla fine degli anni Ottanta e i primissimi anni Novanta:

  • nel 1988 il parlamento israeliano, la Knesset, emendò la parte del codice penale che puniva la sodomia con dieci anni di reclusione;
  • nel 1992 gli attivisti di associazioni gay e lesbiche riuscirono a conseguire pari opportunità lavorative;
  • nel 1993 fu istituita una commissione governativa per i diritti degli omosessuali nella Knesset; nello stesso anno l’esercito israeliano cancellò le discriminazioni nei confronti di gay e lesbiche.

Oggi in Medio Oriente lo stato d’Israele è l’unico a riconoscere diritti e libertà alle minoranze sessuali; esso rappresenta un’eccezione nel panorama mediorientale dove, si ricordi, ancora in molti paesi l’omosessualità è condannata e repressa con la fustigazione, la lapidazione, la reclusione, che può variare dai tre anni di detenzione fino all’ergastolo, persino con la pena capitale, come avviene in Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen [per ulteriori approfondimenti si veda: Diritti umani e omosessuali in Medio Oriente].

Gay Pride, Tel Aviv 2010

In Israele ancora non è possibile contrarre matrimoni omosessuali a causa della mancanza dell’istituto del matrimonio civile in generale, perché sottoposto alle autorità religiose; tuttavia, dopo la decisione del 21 novembre 2006 della Corte Suprema, vengono riconosciuti i matrimoni contratti tra persone dello stesso sesso all’estero e il diritto di adottare i figli del proprio o la propria partner. Per di più, alle coppie omosessuali –  in città come Tel Aviv – vengono riconosciuti gli stessi diritti assistenziali previsti per le coppie eterosessuali [per ulteriori approfondimenti si veda: Talia Einhorn, Same-sex family unions in Israeli law, «The Utrecht Law Review», Vol. 4 (2), June 2008, Utrecht Law Review].
Negli ultimi anni in Israele si sono moltiplicati centri culturali, uno di questi è il Bait Patuach (‘Casa aperta’), e associazioni, che hanno promosso Gay Pride e dato popolarità soprattutto alla capitale.

La prima associazione israeliana per i diritti delle minoranze sessuali, Agudah, fu fondata a Tel Aviv nel 1975, proprio nel momento in cui in Israele arrivarono immigrati dagli Stati Uniti e da altri paesi anglofoni che avevano già preso parte alle lotte di liberazione omosessuale negli anni Sessanta. Sempre nello stesso anno nacque il primo numero verde di aiuto e supporto per gay e lesbiche, la Qaw ha-lavan (‘linea bianca’).
L’omosessualità femminile trovò uno spazio di discussione all’interno dei movimenti femministi, anche se la loro attività era orientata più al miglioramento della condizione delle donne e alla loro emancipazione [L. Walzer, Homosexuality in Israel. Israel is among the leaders in equality for sexual minorities].
Negli anni Settanta, a causa della rivoluzione sionista che proponeva una visione virile del “nuovo ebreo”, uno sviluppo dell’identità gay in Israele risultò pressoché difficile. A tal proposito, Gianpaolo Derossi, esperto di letteratura ebraica omosessuale, asserisce:

“Una delle principali rivendicazioni del sionismo fu anche un movimento di liberazione e rivoluzione erotica (la creazione del virile “nuovo ebreo”). Una delle principali rivendicazioni del sionismo fu quella di vivere non più un’esistenza diasporica “acorporale”, ma una sana vita nazionale che potesse ripristinare la giusta misura di materialità e fisicità. […] questa ideologia politica non era basata solamente sul corpo come metafora, ma anche sul corpo fisico e sessuale. L’iper-sessualità (altro stereotipo, razzista prima e antisemita poi) era considerata una delle cause principali della “degenerazione” degli ebrei (relazioni prematrimoniali, prostituzione e altri “vizi” dell’Europa urbana moderna, opposti all’ideale borghese di rispettabilità – moderazione e controllo delle passioni), e il sionismo avrebbe potuto regolarla permettendo matrimoni in giovane età, mitigando gli istinti col lavoro fisico inserito in una società rurale, e incentivando l’omosocialità.” [G. Derossi, Nuovo Ebreo e Nuovo Omosessuale nella letteratura israeliana: il caso Yotam Reuveny, in Omosessualità e Europa. Culture, istituzioni, società a confronto. Atti del convegno internazionale Roma, 29-30 novembre 2005, a cura di A. Amenta e L. Quercioli Mincer,  Lithos, Roma 2006, pp. 105-106]

Il nuovo ebreo, dunque, nasce come reazione alla visione stereotipata del maschio ebreo dell’Est Europa, e cioè quella dell’abitante dello shtetl: intellettuale, effeminato, inetto, debole, cagionevole di salute, succube della propria moglie [cfr. ibidem, p. 109]. Se fino alla prima metà degli anni Settanta il maschio ebreo cerca di affermare la propria virilità, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta i modelli di autodefinizione imposti dal sionismo, che avevano portato al centro dell’esperienza la mascolinità, man mano vengono meno [ibidem, p. 111].

Eliad Cohen by JP Santamaria

Oggi nella legislazione, nella cultura e nella società israeliane, la vivace comunità LGBTQ – non più relegata ai margini della società – ha raggiunto la piena accettazione: infatti, la classe dirigente e l’opinione pubblica hanno concesso sempre maggior spazio e visibilità alla comunità queer. Secondo l’ex vicepresidente del Congresso Mondiale delle Associazioni Gay, Lesbiche e Bisessuali Ebraiche, Lee Walzer, la comunità gay israeliana è riuscita a dar vita a “una sintesi affascinante tra una identità sub-culturale e una più ampia identità nazionale” [cit. da D. Miccoli, I gay israeliani tra esercito e militarismo; L. Walzer, Between Sodom and Eden: A Gay Journey Through Today’s Changing Israel, New York, Columbia University Press, 2000, p. 154]. In altre parole, le conquiste ottenute dalla comunità gay israeliana sono da ascriversi al fatto che gli omosessuali, anziché scontrarsi con il sistema, abbiano cercato di identificarsi in toto con la parte eterosessuale della società, dimostrando di condividere gli stessi valori. Ciò è centrale se si vuole comprendere al meglio i meccanismi e le strategie di emancipazione dell’identità gay israeliana.
Si possono fare molti esempi di rappresentanti della comunità LGBTQ che hanno raggiunto la piena integrazione con il resto della società, si pensi all’icona pop transessuale Dana International (all’anagrafe Yaron Cohen, n.1972), che nel 2000 dichiarò alla BBC:

“Io rappresento l’Israele liberale, un Israele che accetta gli esseri umani, chiunque essi siano, non importa come essi appaiano, non importa di che sesso o razza essi siano.” 
[The politics of Eurovision, BBC News, May 12, 2000]

Oppure si possono fare i nomi di scrittori come Yossi Avni (n. 1984), Yotam Reuveny (n. 1949), Yehoshua Bar-Yosef (1912-1992, è possibile leggere in traduzione: Il mio amato, trad. italiana di Antonio di Gesù, Giuntina, Firenze 2009), registi come Eytan Fox (n. 1964), politici quali Michal Eden (n. 1969), la prima lesbica eletta nel 2000 consigliere comunale a Tel Aviv nelle file del partito Meretz, Uzi Even (n. 1940), professore di chimica presso l’Università di Tel Aviv, primo parlamentare dichiaratamente omosessuale della Knesset, Etai Pinkas (n. 1973), attivista gay e membro del Consiglio della città di Tel Aviv [Profiles of Gay Leaders in Israel – The Israel Project], fino ad arrivare alle più alte gerarchie dell’esercito israeliano, Tzahal (צה”ל).

Quest’ultimo argomento, cioè il rapporto tra militarismo e comunità gay in Israele, meriterebbe un approfondimento a parte, ma qui ci limitiamo – al fine di far comprendere ancora meglio l’universo queer israeliano –  a riportare soltanto le parole chiare ed efficaci di Dario Miccoli [I gay israeliani tra esercito e militarismo]:

“In una società dove lo spazio fisico e soprattutto culturale riservato all’esercito è superiore a quello di qualsiasi altra democrazia, anche un omosessuale – che più di altri potrebbe temere l’esercito e la sua atmosfera a tratti omofobica e mascolina – desidera arruolarsi e servire Israele. Tzahal è e in futuro sarà sempre più, data la sua importanza all’interno della società, un luogo di integrazione per i gay e le lesbiche, che potranno così sentirsi parte fondamentale della società.
[…]
Come si è detto, i gay e le lesbiche nella maggior parte dei casi si rispecchiano nella società israeliana e adottano una strategia di adeguamento alle norme dominanti. All’interno della comunità gay sono però da segnalare alcuni gruppi che rientrano nel variegato panorama della società civile israeliana e che propongono un approccio differente nei confronti di queste tematiche. Il più importante e di successo è senza dubbio il gruppo gay pacifista Kvisah Shechorah (‘Bucato nero’), sorto nel 2001 a Tel Aviv. Esso propone un rovesciamento di alcuni dei valori fondanti della società israeliana e invoca la fine della presenza israeliana nei Territori, attraverso una comparazione tra la comunità gay e la società palestinese, entrambe – a giudizio degli attivisti di Kvisah Shechorah – “oppresse dal militarismo israeliano” [S. Katz, Israeli Queers Revolt, «Z Magazine Online», vol. 15:12].”

Gay Pride, Tel Aviv 2010

QuAIA

Infatti, in una società militarizzata come quella israeliana non v’è posto per il debole o per il diverso: tutti indistintamente dal sesso, etnia, religione od orientamento sessuale (lavoratori immigrati, donne, lesbiche, gay, drag queen, transessual*, ebrei sefarditi, arabi, palestinesi e altri) sono chiamati a dare il loro contributo alla società. Proprio da questa convinzione nasce l’attività del movimento Kvisah Shechorah (‘Bucato nero’), gruppo LGBTQ per l’azione diretta, che si propone di combattere contro il capitalismo, per la liberazione queer, per instaurare la giustizia sociale e dare solidarietà alla comunità omosessuale palestinese. Questo gruppo è nato nel 2001, subito dopo la seconda Intifada, quando queer anarchici vestiti di nero si unirono al corteo del Gay Pride di Tel Aviv. Negli ultimi anni la visibilità pubblica della comunità queer radicale è cresciuta considerevolmente, soprattutto grazie a feste queer pubbliche e gratuite, le cosiddette Queer’hana, organizzate spesso in concomitanza con eventi del Gay Pride [per un maggiore approfondimento si veda: Uri Gordon, L’anarchismo in Israele, «Rivista anarchica» n. 334 (38), 2008]. I loro legami con gli altri anarchici queer nel mondo si sono rafforzati grazie alla nona edizione del Queeruption: un raduno libero e autogestito di queer radicali svoltosi nell’estate 2006.