Volevo i pantaloni. Il Power Dressing tra potere, moda e genere.

Gia Carangi for Giorgio Armani, 1980’s

Il Power dressing è un’ espressione coniata nel 1975 da John T. Molloy nel libro Dress for Success e indica l’effetto che l’indossare un determinato tipo di abiti ha sul successo di una persona nella carriera e nella vita personale. Il libro fu seguito dal volume The Women’s Dress for Success Book (1977), che ha ulteriormente reso popolare il concetto di power dressing. Poco dopo il cinema celebrò il power dressing con lo stile Una donna in carriera (1988), reso celebre dalle silhouette di Melanie Griffith e di Sigourney Weaver.

Una donna in carriera, USA, 1988, Mike Nichols.

Al pari della “donna con gli attributi” – maschili – definita dal senso comune, il power dressing ha finito per indicare uno stile solido, da donna in carriera, che attinge al guardaroba maschile o ne imita il taglio e colore. Giacche abbottonate, cardigan che si allungano fino al ginocchio, cappotti squadrati, accenni militareschi, calze di lana, tessuti che azzerano la leggerezza: trame grosse per stoffe pesanti, con gli “attributi”.
L’abito maschile come concessione al genere sociale femminile, come le famose “palle”; un privilegio vestimentario alla donna che, per uscire dalle mura domestiche e “vestirsi” di ruoli diversi da quello di madre e moglie, deve vestirsi parimenti di attributi maschili e indossare i pantaloni.

Fino a che punto le donne hanno bisogno dell’abito maschile per affermare il loro potere? Nella rappresentazione della moda, poco o nulla.

Nella cultura popolare la donna in carriera ha sempre esercitato un certo fascino ambiguo, in questo coadiuvata dalla moda che ha da sempre sottolineato il potere seduttivo dell’abito maschile indossato da una donna. Nella moda la donna è sempre stata rappresentata più come una ladra di abiti maschili, in un gioco di travestitismo da “momento da passerella”. Lei “ruba” al guardaroba di lui e il lui in questione è sempre un voyeur poco messo in discussione dalle donne stesse.
Più che la donna in carriera, la rappresentazione del power dressing nel sistema moda si lega maggiormente ad un immaginario erotico da donna dalla personalità apparentemente forte, pronta a indossare (e togliere) camice, cappelli e occhiali da impiegato uomo.
“Nulla ha più fascino di un tailleur indossato con i tacchi a spillo” è la femminilizzazione di una divisa altrimenti limitata al maschio ricco, eterosessuale e bianco. Nulla è più erotico della famosa frase pronunciata dalla (futura) donna in carriera Melanie Griffith:  “ho un cervello per gli affari e un corpo per il peccato”. Il lato sessuale, romantico e femminile è ancora preponderante, anzi è quello intorno al quale ruota  tutto il film: nessuno si aspetta che una semplice segretaria possa diventare una donna in carriera. E’ ancora una favola, la favola della lavapiatti che diventa principessa. La “vera” donna in carriera è The Iron Lady, Margharet Tatcher, recentemente interpretata da Meryl Streep. Una donna che non concede spazio al frivolo: il femminismo ha rinnegato la moda in favore di una naturalezza che esprimeva il vero essere donne, senza dover compiacere nessuno, tanto meno gli uomini.

Gli abiti non sono stati ancora culturalmente spogliati del significato di genere. Fino a quando il binomio uomo-potere indosserà i pantaloni ci saranno donne di potere dentro dei codici vestimentiari maschili. Quando si inizieranno a “volere le gonne”?