Sotto al vestito, l’identità Leigh Bowery

The icon of  indecency Leigh Bowery

Leigh Bowery

Leigh Bowery

La Galleria milanese Camera 16 Contemporary art ospita dal 10 febbraio al 31 Marzo una doppia personale dei due fotografi Fergus Greer e Johnny Rozsa e dei loro scatti di Leigh Bowery, uno dei più controversi ed avanguardistici personaggi che abbiano mai calcato le scene della London Club Culture anni 80. In questa occasione possiamo riflettere sul vestito, la “maschera” e l’identità.
Gli abiti di cui ci vestiamo, gli oggetti di cui ci circondiamo, la Moda cui aderiamo, obbedendo ad una norma socialmente riconosciuta, ci aiutano nella costituzione di un’immagine accettata dal nostro pubblico e in cui possiamo utilmente specchiarci.  Essi ci aiutano a costituire la persona, cioè la maschera sociale, il soggetto del gioco (vedi Goffman) o riconfermarla continuamente, anzitutto davanti ai suoi propri occhi. Scegliendo quale tra le Mode sarà la nostra si decide della propria identità.

L’identità di Bowery è di rottura. Cos’è? Chi è? Forse quel che di certo si può dire è che è colui che ci mostra il senso attraverso la menzogna. Paradossalmente ci dice che possiamo  scegliere chi vogliamo essere.  “Il campo semiotico – dice Eco – si apre laddove si apre la possibilità della menzogna”:   la maschera può radicarsi fino a diventare il volto, oppure restare mobile, ma non possiamo sapere davvero cosa c’è sotto. L’uomo naturale, l’uomo senza maschera, l’uomo vergine, l’uomo che non comunica e non gioca con la sua comunicazione, ma semplicemente vive, l’uomo che è ciò che è: sono utopie, mete per il lavoro dei mistici (cit. Ugo Volli e Umberto Eco).
Dal suo arrivo a Londra dalla natia Australia nel 1981 fino alla sua morte per AIDS la notte di Capodanno del 1994, Leigh Bowery ha personificato meglio di ogni altro lo spirito edonistico, eversivo e creativo della club culture degli anni ’80: la reazione sfavillante all’ultra-conservatorismo dell’era Thatcheriana.
Bowery era direttore artistico del Taboo, in Leicester Square che viene inaugurato nel gennaio del 1984 e che diventa un luogo e punto di riferimento per l’arte visiva e musicale di quel periodo. Così Bowery parla del Taboo: “Taboo è il riflesso dei miei vestiti e delle mie attitudini, il nome Taboo in realtà è un gioco, perché non c’è nulla che tu non possa fare in questo posto, il mio lavoro al Taboo è una sorta di cabaret, il Taboo deve essere un luogo dove le persone possono sentirsi libere di essere qualsiasi cosa con qualsiasi altra o diversa identità da quella prestabilita. Avevo aperto il Taboo per divertirmi, per esprimere la mia creatività”.

(Da Bowery, un’icona del XX secolo di Francesca De Nicolò [23/04/2002])